Unità di crisi
Un’agenda (più o meno) condivisa era quel che ci si poteva aspettare da un primo incontro tra l’esecutivo e le rappresentanze dell’impresa, del lavoro e del credito, ed è ciò che si è ottenuto, insieme all’impegno comune a proseguire i confronti in sede tecnica e politica “senza soluzione di continuità” fino a raggiungere un’intesa da trasformare in provvedimento di legge entro settembre. Le ovvie differenze nella valutazione della proposta, ancora di metodo, del governo esprimono la diversità degli interessi rappresentati.

Basta pensare al collegamento oggettivo tra riforma dell’assistenza e riforma del fisco, sulla quale ultima pesano sia le richieste di riduzione di imposte sulla produzione e sul lavoro, sia richieste di alleggerimento del carico sulle famiglie per promuovere la domanda interna. Ridurre costi eccessivi, come quelli della sanità in aree geografiche e settoriali specifiche, adeguare il sistema previdenziale alle modificazioni demografiche, sono cose più facili da dire che da fare. L’altro grande dilemma verte sull’utilità di anticipare le misure previste dalla manovra quadriennale, con gli effetti recessivi che questa scelta potrebbe provocare, che però servirebbe a calmare i mercati e a ridurre il costo del servizio del debito, che ha un appuntamento cruciale nell’emissione di titoli del Tesoro a settembre. Più facile concordare sul tema della riduzione dei costi della politica, salvo poi rendersi conto che l’effetto sarà comunque poco più che simbolico sui grandi numeri degli aggregati di bilancio.
Urgenza, emergenza, rapidità nelle scelte e nelle decisioni operative, sono invocate da ogni parte, il che sembra contraddire la tesi del Partito democratico secondo cui si dovrebbe imboccare la via di una crisi al buio dai tempi imprevedibili. In sostanza, dalla situazione generale e dalle parti sociali viene una forte domanda di governo alla quale è necessario rispondere, senza avventatezze demagogiche, ma anche senza un impiego talmente massiccio della prudenza da renderla paralizzante. Alle parti sociali si può chiedere che cosa possono dare, non quel che vogliono chiedere, per aiutare l’Italia; alla politica, alle diverse formazioni e alle istituzioni in cui sono rappresentate, va fatta la stessa identica domanda.