Obama l’interventista non rassicura i mercati e semina disoccupazione

L’economia americana nel mese di agosto ha creato meno posti di lavoro di quanto gli analisti si attendessero. Non andava così male, dicono le statistiche, dal settembre 2010. Il tasso di disoccupazione per ora resta stabile, al 9,1 per cento, ma questa oramai – da tempo – non è più una buona notizia per Washington e per l’economia mondiale. Dopo la creazione di 85 mila posti di lavoro a luglio, il dato dello scorso mese evidenzia invece una tendenza alla stagnazione del settore privato.
2 SET 11
Ultimo aggiornamento: 02:12 | 4 AGO 20
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Numeri che mettono in guardia sulla capacità di ripresa della prima economia globale e che si ripercuotono con forza sulle Borse mondiali. Alla notizia, infatti, le Borse europee hanno ampliato i ribassi chiudendo in forte calo: Milano la peggiore (meno 3,89 per cento), poi Parigi (meno 3,6), Francoforte (meno 3,33), Londra (meno 2,3). Il rendimento dei Bund tedeschi – bene rifugio per eccellenza – è arrivato ai minimi da quando esiste l’euro, al 2,02 per cento. La situazione italiana è resa ancora più complessa dai dubbi espressi ieri dalla Commissione Ue sulla manovra del nostro paese, che farebbe “troppo affidamento sull’evasione fiscale” per recuperare risorse; non a caso lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi è tornato sopra i 320 punti.
Mentre gli indici di Wall Street, S&P 500 e Dow Jones, hanno aperto con ribassi del 2 per cento. Per la Casa Bianca la disoccupazione è “alta in modo inaccettabile” ed “è necessaria una crescita più rapida per recuperare i posti di lavoro”, come ha dichiarato Katharine Abraham, consigliere economico del presidente Barack Obama. Caustico invece il repubblicano John Boehner, speaker della Camera dei rappresentanti, secondo il quale la crescita dell’occupazione è messa a rischio proprio dalle politiche di Washington.
Per tagliare la disoccupazione di mezzo punto l’anno servirebbe oramai un aumento mensile di 150 mila posti, secondo la Bank of Tokyo-Mitsubishi. Obiettivo difficile da raggiungere a questi ritmi, nonostante la Casa Bianca nel recente rapporto “Mid-Session Review” stimi un tasso dell’8,8 per cento a fine 2011 e dell’8,2 nell’ultimo trimestre 2012 – sotto elezioni presidenziali –, comunque il tasso più elevato mai affrontato in campagna elettorale da un presidente dal 1936, quando Franklin Delano Roosevelt fu rieletto. Anche così si spiega l’attivismo interventista del presidente Barack Obama che, dopo il Labour Day, quando delineerà il nuovo piano economico per la crescita, dovrà fornirne i dettagli al Congresso l’8 settembre.

Punto forte del rilancio sarebbe la “banca per le infrastrutture”, istituto di credito pubblico per creare impieghi attraverso la costruzione di strade, ponti, ferrovie, scuole. L’obiettivo è accumulare risorse statali da 10 fino a 160 miliardi per attrarre investimenti privati che dovrebbero fruttare il quadruplo. Il problema è che il progetto “bancario” potrebbe richiedere uno o due anni per funzionare appieno: non sarebbe comunque uno stimolo immediato.
Nell’attesa, Obama preferisce concentrarsi su altre banche, quelle d’affari. Ieri il New York Times ha rivelato che l’agenzia governativa che vigila su Fannie Mae e Freddie Mac, i colossi dei mutui nazionalizzati tre anni fa, sta preparando una causa contro 12 istituti privati accusati di avere occultato la pericolosità dei mutui subprime, impacchettati in titoli e venduti durante la bolla immobiliare che ha generato la crisi. A causa delle cartolarizzazioni e del deterioramento dei mutui sottesi, Fannie e Freddie avrebbero perso 30 miliardi di dollari: onere ricaduto sui contribuenti. Tra le banche “colpevoli” figurano Bank of America, JP Morgan, Goldman Sachs e Deutsche Bank, oltre all’elvetica Ubs contro la quale è stata aperta una causa a luglio con l’obiettivo di recuperare 900 milioni. E se in Congresso i democratici se la devono vedere con l’opposizione dei repubblicani, in maggioranza alla Camera, l’attivismo dell’Amministrazione ora si riflette anche nello stop all’acquisizione da parte di AT&T, secondo operatore americano di telefonia mobile, del concorrente minore T-Mobile Usa, un accordo del valore di 39 miliardi e annunciato a marzo. AT&T vuole trattare, ma intanto si prepara a una lunga battaglia legale con Obama.