Per creare gli Eurobond, a Bruxelles servirebbe una rivoluzione americana
Gli Eurobond, desiderati da alcuni e temuti da altri, potrebbero essere uno stimolo al processo di integrazione politica dell’Europa oppure potrebbero costituire un fattore di disintegrazione del percorso finora compiuto. L’occasione è ghiotta sia per chi auspica l’avvento del superstato europeo sia per chi lo teme come un’ulteriore avanzata delle forze tecno-burocratiche che non hanno rinunciato ai loro ideali di pianificare la vita sociale. di Alessandro Corneli

Si può sostenere però che gli Stati Uniti d’America siano nati dal basso, attraverso una rivoluzione con partecipazione popolare, anche se sotto la guida di una élite “illuminata”. Il successo è dipeso dal fatto che Hamilton seppe piegare ai suoi disegni politici il principio fondamentale della democrazia rappresentativa: “No taxation without representation”. Il processo di integrazione europea, invece, è calato dall’alto in base ad accordi intergovernativi, comunque siglati da governi e ratificati da parlamenti sicuramente democratici, ma senza una forte base popolare. Le intese, nel corso dei decenni, hanno gradualmente ridotto i poteri degli stati e, per quelli dell’Eurozona, il più importante di essi, il potere monetario, senza il quale un governo non è più praticamente in grado di decidere una vera politica economica ma si riduce a interventi mirati, e con l’approvazione di Bruxelles o della Banca centrale europea (Bce).
La proposta di creare Eurobond, cioè titoli di debito pubblico europeo e non nazionale, che alleggerirebbe la posizione della finanza pubblica di alcuni stati (i meno virtuosi, tra cui l’Italia) ma aggraverebbe quella di altri (i più virtuosi, Germania in testa) – e da qui i contrasti –, viola il principio democratico (e sostanzialmente liberale) sopra ricordato, poiché si tratterebbe di una tassa (gli interessi da pagare) creata da un potere (la Bce) che non ha un’origine rappresentativa. Solo un potere politico europeo – che non risiede nell’attuale Parlamento di Strasburgo – potrebbe decidere in tal senso. Per gli uni, si tratta di un propellente verso l’unità politica; per gli altri, una nuova espropriazione di sovranità popolare, un allontanamento dai principi democratici e liberali per soddisfare le esigenze del superpotere tecnofinanziario. Mesta conclusione: di fronte alla prospettiva di vertici mondiali decisionali, cui parteciperanno a breve i presidenti della Fed, della Bce, della Bank of China, della Bank of Japan, della Bank of India, del Banco do Brazil e forse anche i presidenti delle agenzie di rating, in Italia ci si trastulla con la quota 97 per le pensioni o la privatizzazione delle municipalizzate o i costi dei pasti per i parlamentari o il sistema elettorale.
di Alessandro Corneli