La bomba Marchionne

Marchionne è un lusso per l’Italia almeno quanto l’Italia sia diventata angusta per la Fiat. La sua minaccia, smentita solo nella forma, di migrare all’estero in assenza di libertà contrattuali all’americana garantite dallo Stato e accettate dalle rappresentanze sindacali pone un problema decisivo nel mondo delle relazioni industriali.
2 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 17:24 | 13 AGO 20
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Marchionne è un lusso per l’Italia almeno quanto l’Italia sia diventata angusta per la Fiat. La sua minaccia, smentita solo nella forma, di migrare all’estero in assenza di libertà contrattuali all’americana garantite dallo Stato e accettate dalle rappresentanze sindacali pone un problema decisivo nel mondo delle relazioni industriali. Ma al tempo stesso cozza con un dato di realtà non più trascurabile: al contrario di Chrysler che corre forte negli Stati Uniti, Fiat perde quote di mercato in Europa (sarà così almeno fino al 2014) e non se la passerà molto meglio altrove (per esempio in Brasile, dove s’annuncia una recessione non invalicabile ma tosta). Le conseguenze sono nebulose: il Lingotto potrebbe essere costretto a dilatare nel tempo gli investimenti industriali per Fabbrica Italia, che a questo punto assume sempre più i contorni di un sogno irrealizzato. La banca/advisor Morgan Stanley – niente a che vedere con la felpa rossa di Landini e della sua Fiom e con la Cgil che parla di “bomba a orologeria” – prevede una contrazione di almeno cinque miliardi d’investimenti sui venti previsti nel quadriennio 2010-2014.

Mentre gli analisti internazionali abbattono le aspettative di sopravvivenza dei piani industriali del Lingotto; mentre Fiat perde a novembre quasi il dieci per cento della sua quota di mercato e patisce tragici scossoni in Borsa, Marchionne è impegnato in una battaglia culturale destinata alle antologie giuslavoristiche. Bisogna riconoscere in lui l’unico dirigente (semi)italiano capace di strappare, con atti e gesti eminentemente politici, la vernice rugginosa dell’ideologia corporativa che ha consumato il sistema delle relazioni industriali italiane. La sua lotta in nome del così detto federalismo contrattuale, la sua promessa di erogare salari più alti proporzionati all’incremento delle capacità produttive degli stabilimenti (previa bonifica di assenteismi ingiustificati, talora praticata anche con qualche forzatura al limite della costituzionalità); insomma il suo modello Pomigliano aveva e ha sempre un che di autenticamente rivoluzionario. Un capitale di pensiero sognante e pragmatico combinato con la volontà di mettere in questione anzitutto la vetustà bottegaia della Confindustria, che infatti non lo ha mai amato e lo teme come fosse un capital-leninista. Tutto questo ha fatto guadagnare a Marchionne una grande rispettabilità internazionale e non pochi soldi racimolati in attività collaterali al settore auto italiano. E i nostri applausi, per quel che contano. Chapeau, ma adesso? Adesso i numeri dichiarano che il finanziere italo-svizzero-canadese non ha ancora torto nel dire che l’Italia non si merita la Fiat, ma i suoi operai e i suoi critici hanno senz’altro ragione a dire che la Fiat merita un vero piano industriale.