Vi spiego come e perché la sinistra pende verso il modello Ichino

Dopo le pensioni tocca all’articolo 18? Difficile dirlo con certezza. Dieci anni di tentativi andati a vuoto, a partire dal Libro bianco di Marco Biagi, impongono cautela. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ancora non si sbilancia del tutto. I sindacati, capita l’antifona, già alzano le barricate. di Michele Tiraboschi
20 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 18:15 | 5 AGO 20
Immagine di Vi spiego come e perché la sinistra pende verso il modello Ichino
Dopo le pensioni tocca all’articolo 18? Difficile dirlo con certezza. Dieci anni di tentativi andati a vuoto, a partire dal Libro bianco di Marco Biagi, impongono cautela. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ancora non si sbilancia del tutto. I sindacati, capita l’antifona, già alzano le barricate. Chi invece si è già pronunciato è il presidente del Consiglio, Mario Monti. Nel discorso di insediamento non solo la riforma del mercato del lavoro è stata posta in cima alla lista delle priorità. Esplicito è stato anche il richiamo alla proposta del contratto unico avanzata, in un primo momento, da Tito Boeri e poi fatta propria dal senatore del Pd, Pietro Ichino.
La proposta, in astratto, pare accattivante. D’ora in poi tutti assunti a tempo indeterminato, ma con un regime di tutele assai più leggero. Abrogati, per decreto, i lavori precari e le collaborazioni a progetto. Abrogato anche l’articolo 18 in cambio, però, di maggiori e più estesi ammortizzatori sociali, caricati sulle spalle delle imprese. Una proposta del più avanzato riformismo di sinistra che piace molto anche al centrodestra. Tanto da indurre Silvio Berlusconi, negli ultimi giorni di governo, a farne esplicito cenno.
Una proposta che tuttavia, se davvero fatta propria dal governo Monti, rischia non solo alimentare ulteriormente l’ostilità delle forze sindacali, già messe con le spalle al muro dalla riforma delle pensioni, ma anche di frantumare in pezzi il Pd al punto di pregiudicare il futuro dello stesso governo. Forse per questo autorevoli esponenti della sinistra, i più dialoganti con il ministro Fornero, iniziano a mettere le mani avanti e a tessere, più o meno abilmente, la tela consenso.
A partire dall’ex ministro del Welfare Cesare Damiano che, in un’illuminante intervista al Fatto quotidiano di domenica scorsa, ci racconta come il Pd abbia già fatto la sua scelta. “Sui licenziamenti non si tratta”, afferma l’ex ministro che reclama a gran voce più tutele e ammortizzatori sociali. Altro che nuove e maggiori flessibilità rispetto a quelle già regalate a piene mani dal governo Berlusconi alle imprese. Eppure, per un addetto ai lavori, quella perentoria affermazione sta a significare che la trattativa è già bene avviata e che probabilmente, alla faccia del sindacato, già si intravede la soluzione.
Quella suggerita, non troppo tra le righe, da Damiano, sempre nell’intervista al Fatto, è una soluzione quantomeno curiosa, se non proprio paradossale. Nessuna abrogazione dell’articolo 18, è vero. Anche perché quella di Ichino è una posizione minoritaria nel partito. Piuttosto, continua Damiano, si potrebbe portare a tre anni la durata del periodo di prova che oggi, sebbene Damiano non lo dica, non supera mediamente i 30 giorni. Ebbene, i tre anni di franchigia dall’articolo 18 di cui parla Damiano sono i presupposti cardine della proposta del contratto unico a fasi progressive. E cioè una prova lunga tre anni e poi, salvo che l’azienda non licenzi il lavoratore in cambio di un mero indennizzo, la stabilità vera. Quella cioè dell’articolo 18 che, formalmente, non viene abrogato ma solo riposto in soffitta in modo da poterlo riesumare per le grandi occasioni e cioè dopo i primi tre anni di rapporto.
Quella che si prospetta è una classica soluzione all’italiana. Tutto cambia perché nulla possa cambiare. Via dunque ad assunzioni di massa con un contratto a tempo indeterminato. Ma un contratto di lavoro che, senza articolo 18, pare addirittura meno garantito di un normale contratto a termine che, di fatto, viene così liberalizzato per tre anni. Un compromesso davvero geniale che, se non consente per decreto di creare nuovi posti di lavoro, quantomeno consente l’artificio di far credere a tanti giovani che non saranno più precari per il solo fatto che sono stati assunti con il mitico contratto a tempo indeterminato.
di Michele Tiraboschi