Il valzer armeno di Sarkozy
L’Assemblea nazionale di Francia ha approvato una legge che criminalizza chi nega il genocidio armeno, e la Turchia ha richiamato il suo ambasciatore a Parigi. Ankara è disposta a sospendere le relazioni diplomatiche con la Francia, le liti telefoniche tra Sarkozy ed Erdogan lo dimostrano. Per la Turchia la legge è “fondata sul razzismo, la discriminazione e la xenofobia”. Più prosaicamente, è un’iniziativa che in una logica illiberale sottopone al giudizio della legge penale la libertà d’opinione, con una pena pesante: un anno di carcere (a volte due, più una sanzione da 45 mila euro).

Sarkozy deve tenere conto, nei calcoli per la rielezione, della comunità armena in Francia, circa 500 mila anime che mettono la scheda nell’urna – per questo ha anche ostacolato l’ingresso di Ankara in Europa. Ora la situazione è mutata: piacciano o meno le ruvidezze della Realpolitik, Erdogan è diventato un alleato, per quanto non sia facile fidarsi, decisivo. La Turchia ispira le piazze in rivolta di tutto il mondo arabo; con una moral suasion di stampo militare, l’America ha riportato la Turchia nella sua orbita e la sta convincendo a ricucire i rapporti congelati con Israele. Soprattutto, Erdogan è fondamentale per qualsiasi azione contro il regime siriano, azione caldeggiata dallo stesso Sarkozy. Ma per una priorità elettorale – di sapore un po’ illiberale – il capo dell’Eliseo sta mettendo a rischio l’alleanza strategica. Certo, non è la prima volta, se si pensa che Sarkozy qualche anno fa passeggiava con Assad per le strade di Parigi, e ora chiede la sua testa.