Una questione civile
Verso lo sciopero contro la rottura di un patto sociale. Storie di esodi
Cercati al telefono, i capi dell’Inps negano gentilmente una richiesta di spiegazioni. Al ministero del Lavoro si considerano “materiali esplosivi” quelli sui cosiddetti “lavoratori esodati”, la consegna è di lavorare e risolvere con calma tecnica la faccenda. Incombe la manifestazione di tutti i sindacati per il 13 aprile, e naturalmente la piattaforma che ricompone l’unità delle forze sociali, persuasiva nella difesa di chi rimarrà senza tutele, si estende tendenzialmente anche all’articolo 18.

Cercati al telefono, i capi dell’Inps negano gentilmente una richiesta di spiegazioni. Al ministero del Lavoro si considerano “materiali esplosivi” quelli sui cosiddetti “lavoratori esodati”, la consegna è di lavorare e risolvere con calma tecnica la faccenda. Incombe la manifestazione di tutti i sindacati per il 13 aprile, e naturalmente la piattaforma che ricompone l’unità delle forze sociali, persuasiva nella difesa di chi rimarrà senza tutele, si estende tendenzialmente anche all’articolo 18 ovvero alla riforma del mercato del lavoro, questa invece è una norma che ovviamente preoccupa ma che la comunità internazionale, e una battagliera minoranza italiana, considera sacrosanta e pro labour e pro impresa. Un bel pasticcio, che il silenzio o la calma possono soltanto aggravare.
Nessuno fino al primo gennaio dell’anno prossimo sarà in una situazione assurda come quella in cui si districano oggi malamente tecnici dell’Inps, governo e sindacati. L’agitazione pubblica nata con la solita magnifica inchiesta di Bernardo Iovene su “Report”, ripresa dalle inchieste del Fatto quotidiano, dovrebbe chiarire meglio che c’è tutto il tempo per una sanatoria. Ma si diffida della volontà politica, in clima di recessione e scarse risorse. Il ministro Fornero ha ricordato, ovviamente, che il governo tecnocratico non è lì per “distribuire caramelle”, e riconoscendo che la riforma delle pensioni è stata più che severa, “dura”, si è detta disposta a mettere mano alla cosa, ma senza annunci.
La “cosa” è assai semplice. Un certo numero di lavoratori italiani ha pattuito nel recente passato il proprio esodo o uscita dall’impresa per cui lavorava secondo regole che sono state poi cambiate in seguito alla crisi da spread, alla nascita di questo esecutivo oggi in carica, alla riforma del sistema previdenziale con l’innalzamento dell’età pensionabile. Il risultato è che un certo numero di cittadini, per via del mutamento retroattivo di una norma pensionistica, si ritroverebbe, a partire dall’anno prossimo, in una insostenibile situazione: senza reddito da lavoro, senza alcuna tutela sociale di tipo previdenziale. E questo avendo pagato i contributi, avendo osservato la legge, avendo stabilito secondo accordi e norme in vigore una modalità di uscita contrattuale da una situazione lavorativa data. Pane e acqua perché una norma ti cambia le carte in tavola. E per anni. Pane e acqua, ma senza esagerare – dicono economisti informati – perché in realtà la rete protettiva sociale è più estesa delle norme e la situazione patrimoniale e di reddito dei lavoratori non è così immediatamente catastrofica come la si dipinge.
Quanti sono gli umiliati e offesi? Sono tanti. Il numero base, nel paese che balla con i numeri e con i lupi, è di 65 mila. Ma subito la platea dei derelitti sociali si estende, secondo altri calcoli, e coinvolge centinaia di migliaia di persone, fino alla cifra boom di oltre 350 mila. Il governo ha inserito il problema della tutela di questi lavoratori nel decreto “Milleproroghe”, ma non c’è a oggi copertura. Altre situazioni di disagio grave conseguenti alla riforma delle pensioni sono state affrontate con stanziamenti che all’Inps giudicano fondamentalmente adeguati. Ma per chi è uscito dalla sua impresa, contando su una staffetta tra reddito e pensione, per adesso tecnicamente e fattualmente si apre un lungo periodo di vuoto non sanato finanziariamente in alcun modo, e l’ipotesi di un ritorno al lavoro nella situazione precedente è a detta di tutti improponibile.
Il capo della Cgil, Susanna Camusso, ha giusto ieri fatto un severo richiamo sui numeri all’Inps, nel corso di una riunione sindacale a Milano. Che l’ente previdenziale non riesca a dare le cifre esatte sulla quantità di lavoratori che si ritroverebbe in questa condizione, sostiene il leader sindacale, è “scandaloso”. L’Inps in effetti è una grande macchina da numeri, ricca ed efficiente, guidata con mano ferma e imparziale, ma rischia di offrire di sé un’immagine elusiva su una questione civile, sociale e anche giuridica delle più complesse, che coinvolge direttamente la sua responsabilità e quella degli uffici tecnici del ministero del welfare. Anche i capi di Cisl e Uil e Ugl suonano l’allarme. E’ significativo che tutto avvenga per una volta sulla scorta di una campagna mediatica responsabilmente orientata alla soluzione di un problema. Nel Palazzo politico si dice che un governo tecnico non può impaludarsi in un fallimento, anche tecnico, di tali proporzioni.
Nessuno fino al primo gennaio dell’anno prossimo sarà in una situazione assurda come quella in cui si districano oggi malamente tecnici dell’Inps, governo e sindacati. L’agitazione pubblica nata con la solita magnifica inchiesta di Bernardo Iovene su “Report”, ripresa dalle inchieste del Fatto quotidiano, dovrebbe chiarire meglio che c’è tutto il tempo per una sanatoria. Ma si diffida della volontà politica, in clima di recessione e scarse risorse. Il ministro Fornero ha ricordato, ovviamente, che il governo tecnocratico non è lì per “distribuire caramelle”, e riconoscendo che la riforma delle pensioni è stata più che severa, “dura”, si è detta disposta a mettere mano alla cosa, ma senza annunci.
La “cosa” è assai semplice. Un certo numero di lavoratori italiani ha pattuito nel recente passato il proprio esodo o uscita dall’impresa per cui lavorava secondo regole che sono state poi cambiate in seguito alla crisi da spread, alla nascita di questo esecutivo oggi in carica, alla riforma del sistema previdenziale con l’innalzamento dell’età pensionabile. Il risultato è che un certo numero di cittadini, per via del mutamento retroattivo di una norma pensionistica, si ritroverebbe, a partire dall’anno prossimo, in una insostenibile situazione: senza reddito da lavoro, senza alcuna tutela sociale di tipo previdenziale. E questo avendo pagato i contributi, avendo osservato la legge, avendo stabilito secondo accordi e norme in vigore una modalità di uscita contrattuale da una situazione lavorativa data. Pane e acqua perché una norma ti cambia le carte in tavola. E per anni. Pane e acqua, ma senza esagerare – dicono economisti informati – perché in realtà la rete protettiva sociale è più estesa delle norme e la situazione patrimoniale e di reddito dei lavoratori non è così immediatamente catastrofica come la si dipinge.
Quanti sono gli umiliati e offesi? Sono tanti. Il numero base, nel paese che balla con i numeri e con i lupi, è di 65 mila. Ma subito la platea dei derelitti sociali si estende, secondo altri calcoli, e coinvolge centinaia di migliaia di persone, fino alla cifra boom di oltre 350 mila. Il governo ha inserito il problema della tutela di questi lavoratori nel decreto “Milleproroghe”, ma non c’è a oggi copertura. Altre situazioni di disagio grave conseguenti alla riforma delle pensioni sono state affrontate con stanziamenti che all’Inps giudicano fondamentalmente adeguati. Ma per chi è uscito dalla sua impresa, contando su una staffetta tra reddito e pensione, per adesso tecnicamente e fattualmente si apre un lungo periodo di vuoto non sanato finanziariamente in alcun modo, e l’ipotesi di un ritorno al lavoro nella situazione precedente è a detta di tutti improponibile.
Il capo della Cgil, Susanna Camusso, ha giusto ieri fatto un severo richiamo sui numeri all’Inps, nel corso di una riunione sindacale a Milano. Che l’ente previdenziale non riesca a dare le cifre esatte sulla quantità di lavoratori che si ritroverebbe in questa condizione, sostiene il leader sindacale, è “scandaloso”. L’Inps in effetti è una grande macchina da numeri, ricca ed efficiente, guidata con mano ferma e imparziale, ma rischia di offrire di sé un’immagine elusiva su una questione civile, sociale e anche giuridica delle più complesse, che coinvolge direttamente la sua responsabilità e quella degli uffici tecnici del ministero del welfare. Anche i capi di Cisl e Uil e Ugl suonano l’allarme. E’ significativo che tutto avvenga per una volta sulla scorta di una campagna mediatica responsabilmente orientata alla soluzione di un problema. Nel Palazzo politico si dice che un governo tecnico non può impaludarsi in un fallimento, anche tecnico, di tali proporzioni.