Lezioni di cattiva diplomazia

La vicenda dei due marò italiani arrestati nel Kerala dove sono imputati dell’omicidio di due pescatori si sta complicando ogni giorno di più. Sulla vicenda specifica si sono accatastate questioni di politica interna indiana, problemi di prestigio dell’amministrazione dello stato e della federazione indiana, persino insinuazioni sull’atteggiamento della leader del partito del Congresso, a causa della sua origine piemontese.
12 APR 12
Ultimo aggiornamento: 13:45 | 11 AGO 20
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La vicenda dei due marò italiani arrestati nel Kerala dove sono imputati dell’omicidio di due pescatori si sta complicando ogni giorno di più. Sulla vicenda specifica si sono accatastate questioni di politica interna indiana, problemi di prestigio dell’amministrazione dello stato e della federazione indiana, persino insinuazioni sull’atteggiamento della leader del partito del Congresso, a causa della sua origine piemontese.
Districarsi in questo groviglio di tensioni e di interessi non è facile, ma questo non basta a far evaporare la sensazione di inadeguatezza dell’azione diplomatica italiana. Il sottosegretario Staffan de Mistura, cui è stata affidata la materia, parla troppo, emette continue dichiarazioni e comunicati che sembrano orientati più a difendere il suo operato in patria che a ottenere risultati sul campo. Alcune asserzioni, poi, come quella secondo cui se anche le pallottole che hanno ucciso i pescatori fossero italiane questo non inciderebbe sul diritto internazionale che prescrive una giurisdizione italiana, sembrano fatte apposta per far credere che per noi l’eventuale responsabilità dei marò sarebbe considerata irrilevante.
Il diritto internazionale, si sa, vale solo quando le parti interessate sono concordi nell’interpretarlo e nell’accettarne le conseguenze. Ora i marò sono detenuti nel Kerala, e questo mette in scacco tutte le asserzioni generali, per quanto fondate. In circostanze del genere, in cui gli altri hanno il coltello dalla parte del manico, conviene tacere e cercare di persuadere la controparte, senza esibizioni di certezze giuridiche che possono apparire irrispettose. Quella che conta è la sorte dei detenuti, non l’immagine pubblica di un sottosegretario. Naturalmente c’è da augurarsi che tutto finisca nel modo sperato, ma se per farlo fosse utile cambiare cavallo, il governo non dovrebbe esitare a nominare un altro rappresentante, anche se questo potesse apparire un cedimento.