La svogliatezza suicida dei partiti sulla riforma del loro finanziamento

Dicono che Giorgio Napolitano, che pure con i segretari di Pdl, Pd e Udc mantiene un canale di comunicazione sempre aperto e quasi quotidiano, abbia scosso la testa in silenzio, come a dire: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Renato Schifani, presidente del Senato, invece lo ha detto, e con inusuale e allarmata nettezza per una carica istituzionale: “Non sta a me parlare di commissariamento, dico però che se i partiti si faranno precedere da Giuliano Amato sul finanziamento pubblico assisteremo alla loro definitiva perdita di credibilità”.
4 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 22:21 | 12 AGO 20
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Dicono che Giorgio Napolitano, che pure con i segretari di Pdl, Pd e Udc mantiene un canale di comunicazione sempre aperto e quasi quotidiano, abbia scosso la testa in silenzio, come a dire: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Renato Schifani, presidente del Senato, invece lo ha detto, e con inusuale e allarmata nettezza per una carica istituzionale: “Non sta a me parlare di commissariamento, dico però che se i partiti si faranno precedere da Giuliano Amato sul finanziamento pubblico assisteremo alla loro definitiva perdita di credibilità”. La riforma è slitatta a dopo le amministrative. Solo Pier Luigi Bersani, ieri, sembrava aver percepito un lugubre accenno di campane a morto per la politica. “Dobbiamo andare in Aula subito, anche senza accordo. Noi siamo per il dimezzamento immediato del finanziamento ai partiti a cominciare dalla prossima rata”, ha detto il segretario del Pd.

Per il resto silenzio, complice per alcuni, solo imbarazzato per molti altri. Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini si mantengono al centro della strada, su solchi comuni, per quanto paludosi: è nei loro partiti che si concentrano gli ostacoli che faranno rinviare la riforma a dopo le elezioni amministrative. Non sono pochi quelli che vedono nella simmetrica svogliatezza di Pdl e Udc una condanna per tutto il ceto politico alla vigilia di elezioni che potrebbero andare malissimo per tutti. “Sono la curva che precede una corsa verso il vuoto. Questo è il modo peggiore di presentarsi alle urne”, dice Deborah Bergamini, deputato del Pdl, che assieme a molti altri parlamentari è preoccupata dal torpore che sembra avvolgere la politica. “E’ come se alcuni di noi fossero vittime di un incantesimo. Bisogna svegliarsi, l’assonanza con il 1992-1993 è evidente. Alfano si muove benissimo, ma c’è chi lo osteggia. Non capiscono che in questo modo ci mettiamo nelle condizioni di essere spazzati via? Noi dobbiamo fare le riforme, tutte, e subito: il finanziamento pubblico, la legge elettorale e la riforma istituzionale. Non c’è più tempo da perdere o comanderanno solo banche e tecnocrati”.

L’immagine stridente è con le concomitanti elezioni amministrative in Inghilterra: il sindaco di Londra Boris Johnson, che qualche lezione di marketing forse l’ha presa, in tempi di crisi si sposta in metropolitana e tiene i suoi comizi su una panchina pubblica, mentre a Roma, tra lampeggianti e auto blu, i politici in grisaglia riescono a comunicare soprattutto protervia castale: niente taglio dei fondi pubblici, e anche la riforma elettorale incontra ostacoli nei recessi più oscuri e privati delle segreterie. L’antipolitica è indicata dagli uomini di partito come un rischio da scongiurare e un nemico da sconfiggere. “Attenti a Grillo”, dicono. Ma è una musique de robinet senza un acuto, una dissonanza, un trillo: un parlottìo inafferrabile, “esasperante”, dice Giuseppe Moles, del Pdl: “Alle parole non corrisponde l’azione. Come i porcellini incolonnati al macello, anche nei partiti c’è chi si illude che la cattiva sorte tocchi solo agli altri”.