Sul manifesto per una nuova destra /2
La nuova destra non può nascere se continuerà a lottare per la sopravvivenza
Per comprendere le proposte avanzate nel rapporto del Centre for Policy Studies bisogna partire dalla delusione che in molti ambienti conservatori ha prodotto Cameron col suo progetto, tanto sbandierato all’epoca della sua striminzita vittoria elettorale, di “big society”. L’idea di dare più potere alla società civile a livello locale, di trasferire competenze dallo stato all’associazionismo e al “terzo settore” nel nome dell’equità e dell’efficienza, il tutto tradotto nel fortunato slogan “power to the people”, è parso a molti ambienti tories un cedimento al sincretismo ideologico laburista sul quale aveva costruito la sua fortuna politica Tony Blair. di Alessandro Campi Leggi Perché in Italia non sarà la destra a fare una vera rivoluzione liberale di Andrea Romano Leggi La narrazione, stupid. Quella gran lezione per i nostri liberali (compreso Monti) di Sofia Ventura Leggi Ma al populismo già il Cav. propose uno sbocco lib. Ora chi ci crederà? di Giovanni Orsina Leggi Un nuovo centrodestra è possibile? Blogger a confronto

Pubblichiamo il secondo di una serie di commenti al "manifesto per una nuova destra" pubblicato ieri nel Foglio. Gli altri seguiranno nel corso della giornata.
Per comprendere le proposte avanzate nel rapporto del Centre for Policy Studies bisogna partire dalla delusione che in molti ambienti conservatori ha prodotto Cameron col suo progetto, tanto sbandierato all’epoca della sua striminzita vittoria elettorale, di “big society”. L’idea di dare più potere alla società civile a livello locale, di trasferire competenze dallo stato all’associazionismo e al “terzo settore” nel nome dell’equità e dell’efficienza, il tutto tradotto nel fortunato slogan “power to the people”, è parso a molti ambienti tories un cedimento al sincretismo ideologico laburista (mix di pragmatismo liberale e di politiche di assistenza sociale vecchio stampo) sul quale aveva costruito la sua fortuna politica Tony Blair.
Da qui l’idea di rispolverare, soprattutto in presenza di una crisi economico-finanziaria che non ha risparmiato la Gran Bretagna e di conseguenza l’attuale governo, alcuni capisaldi del programma politico-culturale che fu della Thatcher: lotta alla burocrazia e agli interessi corporativi, primato dell’individuo su qualunque forma di organizzazione sociale o collettiva, valorizzazione del merito e del senso di responsabilità, snellimento degli apparati statali, un’idea virtuosa e socialmente dinamica del capitalismo. Il merito più grande della Thatcher, secondo chi vorrebbe oggi riproporne la lezione all’interno del campo conservatore, è stato quello di non aver mai disgiunto l’azione di governo, da lei sempre condotta nel segno della competenza e del decisionismo, dalla difesa di un nucleo forti di principi morali e valori intellettuali. Ed è stato quest’ultimo aspetto, in particolare, il segreto del suo successo. Il suggerimento dato oggi dal Centre for Policy Studies a Cameron e ai suoi alleati liberal-democratici è perciò a combinare le misure di risanamento economico, per solito adottate secondo criteri meramente tecnici e pragmatici, con una seria battaglia delle idee, dal momento che l’efficienza delle prime non può che dipendere dalla bontà di queste ultime.
Il problema è cosa c’entri tutto questo – una politica basata su convinzioni culturali radicate e su una visione della società – con i problemi e le prospettive dello sgangherato centrodestra italiano. Nel manifesto britannico per un “nuova destra”, generosamente tradotto dal Foglio con intendimenti (ahimé, inutilmente) pedagogici, si parla di riforma del capitalismo, di un più giusto rapporto tra successo e ricompensa nelle attività economiche, delle implicazioni normative del linguaggio politico, del rapporto tra democrazia e pluralismo dei valori: insomma, dei grandi temi culturali e ideologici sui quali poi si fondano la politica pratica e l’arte del governo. Tra i “cazzoni” liberalconservatori di casa nostra si parla, se va bene, di ricandidare Berlusconi ancora una volta, di come tenersi stretto il controllo della Rai, di come mandare a casa Monti, di come farla pagare a Napolitano, di quale nuovo nome dare al Pdl. Hanno avuto vent’anni per realizzare l’abbozzo di una “rivoluzione liberale” e per creare l’omologo del Centre for Policy Studies, per riformare la Costituzione e per radicare una tradizione ideologica degna di questo nome. Li si vuole esortare alla battaglia delle idee e alla temerarietà politica, cari amici del Foglio, proprio nel momento in cui sono impegnati, a partire dal loro capo, in una strenua battaglia per la sopravvivenza?
di Alessandro Campi
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