Il successo del bamboccio
Strano, questo Matteo Renzi. Di lui si parla come un tempo si parlava di Michel Rocard, tanto, da più parti e male. Dunque come il vecchio socialista francese non può non essere uomo di qualità. Dicono che sia un vanitoso che scommette sulla data di nascita, come una Serracchiani qualsiasi. Che sia costruito a tavolino da sapienti mani artigiane e destinato perciò a fare la fine di Ségolène Royal, che fu effimera stella.

Strano, questo Matteo Renzi. Di lui si parla come un tempo si parlava di Michel Rocard, tanto, da più parti e male. Dunque come il vecchio socialista francese non può non essere uomo di qualità. Dicono che sia un vanitoso che scommette sulla data di nascita, come una Serracchiani qualsiasi. Che sia costruito a tavolino da sapienti mani artigiane e destinato perciò a fare la fine di Ségolène Royal, che fu effimera stella. Che la battaglia da outsider contro il solito quartier generale non è affatto nuova, altri prima di lui l’hanno combattuta con alterne fortune. Vero, forse. Ma ci deve essere anche altro se più lo bastonano, più sale nei sondaggi, più è popolare. Evidentemente viene percepito come l’occasione di una rottura storica: ha fatto irruzione sulla scena della sinistra un riformista che non si vergogna del proprio passato, non ha sensi di colpa e pensa che la salvezza della politica italiana passi di fatto per una sua definitiva americanizzazione, dalla responsabilità personale del leader alla soppressione di ogni forma di finanziamento pubblico, alla pratica del fund raising, i soldi si cercano da privato a privato. Basterebbe questo a fare la differenza, visti gli arzigogoli e i contorcimenti del Pd in materia.
Comprensibile lo sgomento di coloro il cui romanzo di formazione è stato scritto nel secolo scorso. Non capiscono. Scalfari ad esempio lo sculaccia, lo bolla come un bamboccio senza spessore: effettivamente non ha letto i grandi filosofi in lingua originale e forse poco o nulla sa di storia, volete mettere un Moro, un Berlinguer, un De Mita. Appunto. A chi si candida a governare si chiede anzitutto di farsi capire, di avere idee chiare, meglio se poche, di aver coraggio e magari anche di essere passabilmente simpatico. Renzi riprende a suo conto, migliorandole, le innovazioni nel linguaggio e nelle tecniche di comunicazione del primo Berlusconi e questo già crea sospetto. Ma ci aggiunge qualcosa che la sinistra ha sempre considerato una bestemmia: il pensiero semplice da cui discende la primazia della pratica. Nei paesi anglosassoni, e non solo, non si governa con il pensiero complesso che il più delle volte poi è solo pensiero confuso; da quelle parti, per dire, D’Alema non riuscirebbe nemmeno a farsi eleggere sindaco. E’ la solita litania della sinistra che ammorba e non convince più, che i problemi sono sempre complessi, che non è mai quello sul tappeto ma un altro. Svanita l’illusione di una rivoluzione che tagli i nodi e rigeneri, si ondeggia tra senso di impotenza e pensiero debole. Non che anche Bersani non abbia voglia di riformare, di fare: solo che non si sa bene né cosa né come, con il rischio che possa fare una cosa e il suo contrario. Uno slogan e quattro idee moderatamente riformiste, a volte di semplice buon senso, invece possono funzionare. E piacere molto ai contemporanei.