Viaggi presidenziali, baffi e specchi deformanti per arrivare a quota 270
David Axelrod ha inaugurato ieri quella fase della campagna elettorale in cui tutti promettono di fare qualcosa che non vorrebbero fare nel caso alle urne succeda questo o quello. Il consigliere di Obama si taglierà in diretta tv i baffi che ha meticolosamente coltivato per quarant’anni se i repubblicani riusciranno a conquistare uno stato a scelta fra Michigan, Minnesota e Pennsylvania. Joe Trippi, stratega democratico, ha scritto su Twitter che, nel caso, procederà con la rasatura totale dei capelli su Fox News.

David Axelrod ha inaugurato ieri quella fase della campagna elettorale in cui tutti promettono di fare qualcosa che non vorrebbero fare nel caso alle urne succeda questo o quello. Il consigliere di Obama si taglierà in diretta tv i baffi che ha meticolosamente coltivato per quarant’anni se i repubblicani riusciranno a conquistare uno stato a scelta fra Michigan, Minnesota e Pennsylvania. Joe Trippi, stratega democratico, ha scritto su Twitter che, nel caso, procederà con la rasatura totale dei capelli su Fox News. Poi ha cancellato il tweet, forse perché il rilancio era troppo alto. Jim Messina, il manager della campagna elettorale di Barack Obama, dice che i baffi di Axelrod rimarranno pacificamente dove sono, il presidente è in vantaggio in tutti i battleground fondamentali, figurarsi negli stati che i democratici considerano relativamente sicuri. Le domande naturali sono: perché Bill Clinton è stato spedito martedì in Minnesota, un Super Pac repubblicano ha messo sul piatto 3 milioni di dollari per comprare spazi televisivi a Philadelphia e la campagna elettorale sta investendo in spot nei tre stati che, in caso di sconfitta, costerebbero la Casa Bianca a Obama e i baffi ad Axelrod? Lo spin obamiano dice che è soltanto una questione di prudenza elettorale.
Mitt Romney sta spendendo denaro in quella triade perduta e a ogni azione repubblicana corrisponde necessariamente una reazione democratica uguale e contraria. Tutto qui? No, naturalmente. Il Wall Street Journal spiega, con ampia esibizione di indizi numerici, che i 20 grandi elettori della Pennsylvania non sono così “blue” come i consiglieri di Obama li dipingono e dunque là fuori – questo il ragionamento repubblicano – ci sono strade per arrivare alla Casa Bianca che non passano dall’Ohio, il crocevia elettorale per eccellenza. Gli spostamenti elettorali di Romney fino a qualche settimana fa sembravano accreditare l’ardita ipotesi di una vittoria senza Ohio (anche il senatore dell’Ohio Rob Portman, pilastro della campagna di Romney, avallava l’ipotesi), poi lo sfidante è tornato a passare al pettine lo stato di Columbus distretto per distretto, alla ricerca di segnali di speranza, e infine il raggio d’azione si è nuovamente allargato. Il sondaggio Quinnipiac/Nyt/Cbs di ieri diche che Obama è in vantaggio di cinque punti in Ohio, di due punti in Virginia e di un punto in Florida: se le urne confermassero i dati si tratterebbe di una rielezione facile per Obama. Ma se una cosa è certa nella nebbia fitta di informazioni date a metà, endorsement e wishful thinking è che i sondaggi sono specchi deformanti e ognuno appende in camera da letto quello che restituisce l’immagine più bella, non quella più vera.
Gli specchi deformanti si dividono in due categorie fondamentali: i sondaggi a livello nazionale, che danno Romney in vantaggio, e quelli stato per stato, dove Obama sembra avviato senza troppe turbolenze verso un secondo mandato. Il leader della prima categoria è l’istituto Gallup di Frank Newport, quello della seconda è Nate Silver del New York Times, e ogni elettore può decidere liberamente in quale scaffale del supermarket dei numeri cercare i dati che confermano la propria simpatia politica. Per quanto entrambi i modelli possano risultare leggermente sbagliati alla prova delle urne – i seguaci di Silver troppo obamiani, quelli Gallup troppo fiduciosi in Romney – è impossibile che siano contemporaneamente giusti. Qualcuno sta sbagliando i conti. Il video in cui un Messina in modalità Karl Rove spiega con le percentuali del voto anticipato (circa il 15 per cento degli americani ha giù votato) il vantaggio del presidente in tutti gli swing state è fatto apposta per spiegare la vacuità di un generico conteggio nazionale per un’elezione che si decide nell’Electoral College, la magica somma dei grandi elettori.
Chi conquista 270 elettori va (o rimane) alla Casa Bianca, a prescindere dal voto popolare. Mentre ieri Romney ha ripreso dalla Florida la campagna elettorale interrotta, almeno nella forma, da Sandy (oggi è in Virginia, domani in Ohio), il presidente è andato nella devastazione di Atlantic City a mostrare empatia e leadership presidenziale, oltre che per incassare politicamente i complimenti del governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie. Gli strateghi di Chicago dicono che prolungare il momento di unità nazionale dopo la tragedia giova al presidente, mentre a Boston hanno il problema opposto: alimentare quel “momentum” elettorale iniziato con il dibattito di Denver e proseguito con la svolta centrista che ha portato 21 giornali che avevano dato l’endorsement a Obama nel 2008 a cambiare casacca.