Monti e i conservatori concertativi/2
La consociazione difende un lavoro che non c’è più da anni
Forse il problema interno più spinoso per Susanna Camusso non è la Fiom, ma la Cgil. Il suo centralismo è ormai in contrasto con la realtà del lavoro. Questa cultura politica tende a salvaguardare le ragioni delle burocrazie sindacali a scapito delle ragioni dell’innovazione sociale. Nell’ultimo decennio del secolo scorso Bruno Trentin si inventò il sindacato dei diritti, nel tentativo di unire la crescente diversità delle persone che lavorano. I suoi successori, all’opposto, lo hanno usato per riscoprire il vecchio primato della classe, brandendo un rivendicazionismo ideologico che riduce la molteplicità dei lavori concreti all’unità indistinta del lavoro come concetto ideologico. di Michele Magno

Forse il problema interno più spinoso per Susanna Camusso non è la Fiom, ma la Cgil. Il suo centralismo è ormai in contrasto con la realtà del lavoro. Questa cultura politica tende a salvaguardare le ragioni delle burocrazie sindacali a scapito delle ragioni dell’innovazione sociale. Nell’ultimo decennio del secolo scorso Bruno Trentin si inventò il sindacato dei diritti, nel tentativo di unire la crescente diversità delle persone che lavorano. I suoi successori, all’opposto, lo hanno usato per riscoprire il vecchio primato della classe, brandendo un rivendicazionismo ideologico che riduce la molteplicità dei lavori concreti all’unità indistinta del lavoro come concetto ideologico.
Il contratto nazionale è stato sempre vissuto in Cgil come un valore assoluto, intangibile, anche se spesso si dimentica che fu proprio Giuseppe Di Vittorio il primo a metterlo in discussione quasi sessant’anni fa. Non può sorprendere più di tanto, dunque, che la Camusso si sia chiamata fuori dall’accordo sulla produttività. La vera novità è invece un’altra. E’ la rottura dell’asse consociativo tra Cgil e Confindustria, costruito anche nel corso della presidenza di Emma Marcegaglia. Forse l’associazione guidata da Giorgio Squinzi ha finalmente capito che, quando la scelta di un antagonismo radicale finisce col negare qualsiasi legittimità al governo, il confronto assume significati ambigui estranei alla logica negoziale.
Il contratto nazionale è stato sempre vissuto in Cgil come un valore assoluto, intangibile, anche se spesso si dimentica che fu proprio Giuseppe Di Vittorio il primo a metterlo in discussione quasi sessant’anni fa. Non può sorprendere più di tanto, dunque, che la Camusso si sia chiamata fuori dall’accordo sulla produttività. La vera novità è invece un’altra. E’ la rottura dell’asse consociativo tra Cgil e Confindustria, costruito anche nel corso della presidenza di Emma Marcegaglia. Forse l’associazione guidata da Giorgio Squinzi ha finalmente capito che, quando la scelta di un antagonismo radicale finisce col negare qualsiasi legittimità al governo, il confronto assume significati ambigui estranei alla logica negoziale.
Con rammarico, la Cgil è stata abbandonata al suo destino. Conflitto frontale: ieri contro il neoautoritarismo plebiscitario del Cavaliere, oggi contro il neoassolutismo liberista del Professore. Maurizio Landini si sfrega le mani per la gioia, e con lui quanti intendono condizionare programma e leadership del centrosinistra con la forza del sindacato maggioritario. Ma questo progetto è fallito nell’era di Sergio Cofferati e il Pd, se non vuole diventare ostaggio di Nichi Vendola e, quindi, affossare la prospettiva di un patto tra progressisti e moderati, non ha bisogno di un laburismo livoroso e barricadero.
Due Cgil: una essoterica (significati aperti) e una esoterica (codice dissimulato), una che predica a Roma e una che razzola in periferia. Ecco, è auspicabile che l’accordo voluto da Monti metta a nudo una contraddizione non più sostenibile per il sistema di relazioni industriali. In questo caso, il successo del premier sarebbe straordinario.
di Michele Magno