Il manuale Obama per creare un governo con molto glam e pochi spigoli
Nel magico mondo di Obama non sono previsti gli spigoli. Ogni pezzo deve essere levigato per incastrarsi con il pezzo che gli sta accanto, a ogni componente della squadra spetta una quota di carezze calibrata sulla sua posizione nell’organigramma che verrà, ogni corrente e sensibilità deve essere adeguatamente rappresentata, non tanto e non solo nel nome dell’ecumenismo obamiano che tutto considera e tutti gratifica, ma per rispondere alla pulsione dominante del presidente: sorridere strategicamente a tutti.

New York. Nel magico mondo di Obama non sono previsti gli spigoli. Ogni pezzo deve essere levigato per incastrarsi con il pezzo che gli sta accanto, a ogni componente della squadra spetta una quota di carezze calibrata sulla sua posizione nell’organigramma che verrà, ogni corrente e sensibilità deve essere adeguatamente rappresentata, non tanto e non solo nel nome dell’ecumenismo obamiano che tutto considera e tutti gratifica, ma per rispondere alla pulsione dominante del presidente: sorridere strategicamente a tutti. Le fonti della Casa Bianca dicono che nel giro di un paio di settimane il presidente annuncerà la sua nuova squadra di governo (non sa ancora se sia più conveniente annunciarli tutti insieme o usare il contagocce, si vedrà) e fra un capo della Cia infedele a letto e fedelissimo nell’uccidere terroristi decapitato per non si sa bene quale reato e un’ambiziosa ambasciatrice che si è inimicata mezza Washington accettando di prestare voce e faccia alla versione fasulla della Casa Bianca su Bengasi, urge un manuale Obama per stilare la lista perfetta.
Il presidente sta scorrendo la pagina con le caselle da riempire, e nella colonna a fianco prende nota della caratteristica che serve per non rompere le uova nel paniere di alcuno. Serve innanzitutto una quota glamour, ché Obama non è stato rieletto a discapito del più meccanico degli avversari per annoiare il paese con i negoziati (importantissimi) sul fiscal cliff, e Anna Wintour fa al caso del presidente. Si dice che voglia nominare la leggendaria direttrice di Vogue ambasciatore a Londra oppure a Parigi, ricompensandola così dei 40 milioni di dollari raccolti durante la campagna e delle cene eleganti da 40 mila dollari a testa. Del resto, ricorda il settimanale New York, “essere un ambasciatore significa soprattutto andare a feste molto glamour e scrivere quello che succede, esattamente quello che fanno a Vogue”.
Wintour sembra la candidata perfetta, si limiterà a sbadigliare molto quando dovrà discutere con i colleghi l’ultimo report dell’Ecofin. Susan Rice rappresenta la quota “qui decido io”, perché lei è un’adepta del cerchio magico, e il presidente sembra deciso a spingere la sua protetta anche se contro di lei si è scatenata la guerra totale. Senza David Petraeus e Bob Gates a fare da contrappeso repubblicano nell’Amministrazione, Obama ha bisogno di costruire un nuovo “team of rival”, innesto previsto dal manuale specialmente quando il Congresso è spaccato a metà e qualunque trattativa si insabbia prima ancora di partire. Poi c’è lo spirito di Lincoln da compiacere, e Obama conosce il linguaggio dei simboli. Chuck Hagel, ex senatore repubblicano eterodosso e gran critico dell’Amministrazione Bush, è il candidato di punta per guidare il Pentagono e affrancare così Leon Panetta, che ha una gran voglia di tornare nella sua California. Hagel s’è occupato per una vita di politica estera e sicurezza nazionale, ha il rispetto bipartisan e la duttilità ideologica che servono al presidente. Infine, c’è da ringraziare e compiacere la parte democratica che di cognome fa Clinton. Nell’ultima partita a golf lui e Bill non avranno parlato soltanto di come migliorare lo swing ma anche del governo che verrà: alla promozione del clintoniano Jack Lew a segretario del Tesoro è dedicato l’ultimo capitolo del manuale Obama.