Il peccato delle élite

Il governo Monti rappresenta una drammatica cesura nella storia della Repubblica: dai modi del suo insediamento al contesto d’emergenza che ne ha motivato la formazione, dalla fervente e anomala sponsorship dei nostri principali alleati alla marcata autorappresentazione apolitica se non antipolitica fino al conseguente inconsueto rapporto con la maggioranza parlamentare, molti sono i tratti che differenziano l’attuale governo da quelli del passato e inducono a ritenerlo il motore di un cruciale cambio di fase. di Antonio Pilati
7 FEB 13
Ultimo aggiornamento: 21:28 | 15 AGO 20
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Il governo Monti rappresenta una drammatica cesura nella storia della Repubblica: dai modi del suo insediamento al contesto d’emergenza che ne ha motivato la formazione, dalla fervente e anomala sponsorship dei nostri principali alleati alla marcata autorappresentazione apolitica se non antipolitica fino al conseguente inconsueto rapporto con la maggioranza parlamentare, molti sono i tratti che differenziano l’attuale governo da quelli del passato e inducono a ritenerlo il motore di un cruciale cambio di fase. Nel recente passato non mancano governi formati in tutto o in larga parte da figure esterne al Parlamento, tuttavia sia nel caso di Ciampi (1993) sia nel caso di Dini (1995-’96) vi erano grandi partiti che avevano progettato e/o scelto quella soluzione politica; con il governo Monti, invece, il progetto politico è estraneo ai partiti e ad essi imposto: il loro contributo è confinato, soprattutto nel primo semestre, alla fornitura senza troppe storie dei voti necessari per adempiere i passaggi parlamentari.
Franco Debenedetti, senatore liberal dei Ds per tre legislature (1994-2006) e analista politico eterodosso, ragiona in uno svelto libretto (“Il peccato del professor Monti”, Marsilio Editori, 109 pp.) su motivi e intrecci che hanno portato a quello che appare il sottofinale della ventennale sequenza, un po’ sgangherata ma fitta di pathos, denominata Seconda Repubblica (il finale forse si avrà dopo le elezioni, in cui ben 4 contendenti su 6 costituiscono opzioni inedite, e le sperabili riforme costituzionali che ne rappresentano lo sbocco quasi obbligato). Al fondo sono due i moventi che Debenedetti individua come essenziali per spiegare l’anomalia di un governo che cade dall’alto sulla testa di partiti disorientati e riluttanti, allontanando l’esito elettorale che sarebbe naturale data la sfrangiata divaricazione politica, grazie a un indirizzo esterno (Quirinale, Bruxelles, Berlino) reso cogente in nome dell’emergenza. Il primo movente è il disastro terminale di un sistema politico, dilaniato da contrasti aspri e mediocri, che né ha saputo leggere la crisi mondiale in arrivo né ha dato segno di sapere (e volere) mettere mano a quei grovigli strutturali che rendono inane ogni tentativo di comando politico (consegnando di conseguenza l’azione del governo a una somma confusa di pressioni specifiche e di resistenze amministrative).
Il secondo movente è l’influenza del sistema di obblighi che gli stati dell’euro hanno contratto gli uni con gli altri nel momento in cui si sono spogliati della sovranità monetaria (e della capacità politica in essa inclusa) accettando di farsi guidare da un castello di algoritmi denominato Bce: quando il deficit di fiducia che è all’origine della crisi giunge all’acme e acutizza la volatilità dei mercati, gli stati debitori, qual è l’Italia in massima misura, diventano fragilissimi e, se privi degli strumenti di difesa che offre il comando politico della moneta, si espongono inermi alla turbolenza. L’influenza esterna sulla scelta della guida politica nazionale nasce così dalla combinazione tra la volontà dei creditori, che in cambio del rischio preso chiedono (bilanciandoli fra loro) tassi alti e pegni sicuri sulla strategia economica del debitore, e l’intenzione dei partner europei che vogliono garantire la continuità del comune sistema di obblighi. Di questa combinazione il Quirinale è il punto di equilibrio, che dà un significato – in chiave terapeutica – al ritiro della politica, mentre la qualifica tecnica del governo ne è lo strumento pratico: mette ai margini la discrezionale varietà della decisione politica, sintonizzata sul nesso sociale, e con ciò semplifica i processi di comando mutandoli in una calcolabile sequenza operativa impegnata solo a garantire il servizio del debito e a stare in linea con gli algoritmi europei.
Appare evidente col senno di poi che la rinuncia italiana alla sovranità monetaria, pur mossa da una nobile fiducia in remoti ideali, fu un grande azzardo essendo esercitata in condizioni di estrema debolezza (a causa del debito): in un mondo di connessioni globali, dove crescono insieme squilibri economici liquidità e debiti, togliersi strumenti di difesa è un tributo ad alto rischio pagato, con un deficit di visione sistemica, ai geni costitutivi del progetto europeo. Gli algoritmi, la predilezione tecnica, la diffidenza per il versante di popolo della politica sono un motivo ricorrente fin dagli anni 40, quando Jean Monnet architetta e avvia il progetto di integrazione. Lo ricorda con acuminata precisione Hans Magnus Enzensberger in un pamphlet del 2011 sul “deficit democratico” dell’Ue (“Il mostro buono di Bruxelles ovvero l’Europa sotto tutela”, Einaudi, 98 pp.) che funziona bene come complemento storico-morale all’analisi politica di Debenedetti: “Il ‘metodo Monnet’ (…) privilegiava quelle che si chiamano ‘le decisioni di élite prese nel consenso’, in cui i parlamenti e i cittadini non hanno praticamente voce in capitolo (…) L’integrazione europea che aveva in mente conteneva tratti tecnocratici, decisionisti. Non attribuiva alcun valore alla garbata invenzione della sovranità popolare. Puntava con consapevolezza a un progetto a lungo termine che, un passo dopo l’altro, seguendo la sua logica interna, conducesse a una Unione sempre più forte. Per lui la Comunità del carbone e dell’acciaio (varata nell’aprile 1951 con Monnet presidente, ndr) era solo un primo passo per garantire a quel progetto una base economica. (…) Tutto il resto fu una conseguenza delle premesse che lui aveva posto”.
Monnet, classe 1888, aveva sperimentato negli anni tra le due guerre le catastrofi indotte dall’adesione popolare all’abiezione totalitaria e nella costruzione di accordi propulsivi fra le élite cercava probabilmente un antidoto a quel pericolo: rimane tuttavia il fatto che, anche dopo il varo del Trattato di Roma, la politica dell’integrazione europea si è mossa soltanto sul doppio registro dell’equilibrio diplomatico e della creatività istituzionale; il rapporto con i cittadini, la costruzione del consenso non è mai stata tematizzata come questione rilevante: lo sviluppo delle istituzioni, demandato alla fantasia strategica dei ceti dirigenti di Bruxelles, ha sempre evitato il confronto con la volontà popolare, percepita di fatto come un elemento di complicazione. Da sempre l’Europa – osserva Debenedetti – e tanto più dopo l’avvento dell’euro si trova “di fronte alla domanda che Gretchen fa a Faust: ‘Dimmi, come stai tu a religione?’, sol che si scriva democrazia al posto di religione. Come quella di Faust, anche la risposta dell’Europa è evasiva” e anzi si può dire che “la visione politico-morale su cui è fondata l’Europa entra in contraddizione con il principio democratico”: per questo forse tra i cittadini dell’Unione manca “un senso condiviso di identità e di appartenenza”. Conferma con toni più aspri Enzensberger: “Come se le battaglie costituzionali del XIX e del XX secolo non ci fossero mai state, all’atto della fondazione della Comunità europea il Consiglio dei ministri e la Commissione si sono già messi d’accordo sul fatto che la popolazione non deve avere voce in capitolo nelle decisioni (… il cosiddetto ‘deficit democratico’) è nient’altro che una distinta espressione per la messa sotto tutela dei cittadini”.
C’è una marcata alternanza di fasi nella storia comunitaria: a momenti di grande visione politica che aprono prospettive originali nel rispetto di essenziali equilibri diplomatici, come l’epoca di preparazione negli anni 40 o la fase del Trattato di Roma, succedono lunghi periodi di espansione istituzionale che inglobano nuovi territori geografici (negli anni Settanta e Ottanta) e crescenti competenze (soprattutto in ambito economico grazie alle interpretazioni della Corte di giustizia). Il metodo è ancora quello del consenso ristretto messo a punto da Monnet, ma la declinazione è burocratica, non elitista: persiste la diffidenza per il sentimento popolare, che rimane legato alla figura antica e abituale dello stato-nazione, tuttavia la forza trainante per l’espansione comunitaria sono gli interessi di ceto delle burocrazie di Bruxelles e Lussemburgo che acquistano, nell’indifferenza politica, poteri, privilegi, prestigio. Quando nel 1989 crolla l’Unione Sovietica, si rompe la fissità geopolitica della metà occidentale d’Europa, che per trent’anni aveva dato campo all’espansione delle burocrazie, e la politica di nuovo irrompe sulla scena comunitaria. Esaurita la quarantennale anestesia della Guerra fredda, l’Europa si ritrova di fronte lo stesso devastante groviglio strategico che l’ascesa della Germania unita e la fine di Bismarck e della sua funambolica politica di contrappesi le avevano presentato esattamente un secolo prima: la moneta unica – prospettata da Jacques Delors giusto tre anni prima, nel 1986 – è l’invenzione escogitata per combinare gli stati europei in un nesso di più alto livello e sciogliere le tensioni ereditate dalla storia. In ciò ritorna la fase della grande politica, ma l’idea di un nesso europeo che dia al continente una nuova figura strategica rimane a mezz’aria: mancando un moto popolare di sostegno, peraltro mai cercato, prevale una soluzione minimalista, tecnica, che non dà alimento a impulsi nazionali e massimizza lo spazio delle burocrazie. Il criterio di base è quello di azzerare gli elementi strategici – e quindi discrezionali – ovvero di escludere la politica dall’ambito comune: le linee di condotta sono decise in base a un’analitica che prescinde dagli interessi, è perseguita in astratto la combinazione ottimale fra norme e obiettivi, domina la best practice come nei report dei consulenti d’azienda; così alla Banca centrale, che è responsabile dell’euro, è vietato fare politica monetaria e le politiche di bilancio degli stati sono ingabbiate in una fitta rete di algoritmi. Il nesso politico dell’Europa “non può consistere solo in norme e istituti” (Debenedetti), ma dopo trent’anni di espansione realizzata attraverso comitati e direttive è difficile immaginare una soluzione diversa ai problemi strategici posti dal 1989. La messa ai margini dei cittadini, la neutralizzazione della strategia, la fiducia nella best practice e negli algoritmi, l’esaltazione della tecnica come antidoto alla politica sono tutti lati della stessa figura concettuale: tentano tutti di esorcizzare il rischio più temuto dalle burocrazie – l’imprevedibile varianza dei nessi sociali e il versante oscuro della politica che cerca di interpretarli.
Naturalmente l’esorcismo è impossibile: come mostra la crisi finanziaria, la tempesta sociale non si lascia sedare dagli algoritmi e la dimensione strategica non si elimina tanto facilmente. La politica si rimette in primo piano, condiziona ogni evoluzione dell’Unione e nella circostanza gli algoritmi si rivelano uno strumento del conflitto di potenza – implicito, sotterraneo – fra gli stati europei: favoriscono i forti, che in passato hanno fatto le mosse giuste, puniscono i deboli e i debitori, che trascinano da tempo nell’inerzia squilibri e parassitismi. Come in un rondò sarcastico tutti i ruoli si rovesciano: non solo la politica, che la burocrazia si era illusa di mandare ai margini, muta la figura della Bce – ora reinterpretata da Mario Draghi – e ormai costituisce il fattore essenziale per il futuro dell’Unione (che non dipende più da alchimie tecniche), ma anche il sentimento popolare si è risvegliato e presta un’attenzione inedita al tema europeo. Purtroppo in senso negativo: gli idealisti dell’europeismo, volendo fare l’Europa di soppiatto e lasciando l’impresa nelle mani delle burocrazie, hanno sollevato un’onda di rigetto che si alza ogni giorno di più.
di Antonio Pilati