La sfida anti deflazione di Draghi

“Non c’è ancora un miglioramento dell’economia reale, sebbene ci siano segnali di stabilizzazione”. Così ieri il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sintetizzato lo stato dell’Eurozona: stagnazione, nel migliore dei casi. Con il rischio aggiuntivo di deflazione in vista per tutti, se è vero che l’inflazione annuale “continua a moderarsi” e scenderà sotto il 2 per cento, quindi sotto il livello indicato come ottimale dalla Bce, “nel breve periodo”, ha aggiunto Draghi parlando di fronte al Parlamento europeo.
18 FEB 13
Ultimo aggiornamento: 15:06 | 20 AGO 20
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Roma. “Non c’è ancora un miglioramento dell’economia reale, sebbene ci siano segnali di stabilizzazione”. Così ieri il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sintetizzato lo stato dell’Eurozona: stagnazione, nel migliore dei casi. Con il rischio aggiuntivo di deflazione in vista per tutti, se è vero che l’inflazione annuale “continua a moderarsi” e scenderà sotto il 2 per cento, quindi sotto il livello indicato come ottimale dalla Bce, “nel breve periodo”, ha aggiunto Draghi parlando di fronte al Parlamento europeo. Il banchiere centrale ha ribadito di avere già fatto molto, ora tocca ai governi aggiustare la rotta. Non abbandonando il rigore fiscale, ma riducendo il livello della spesa pubblica (visto che le tasse sono “già molto elevate” nell’area dell’euro) e offrendo ai mercati maggiori “dettagli” sui piani fiscali di medio periodo, così da renderli più certi e credibili.
La Bce intanto monitora lo stato delle bancha del continente: “Il ciclo economico peggiora e la richiesta di credito peggiora – ha detto l’attuale inquilino dell’Eurotower – Cosa fare? Dobbiamo aspettare che le banche riacquistino fiducia e ricomincino a concedere prestiti”, se è vero che perfino il sistema bancario italiano che finora “si è dimostrato molto solido” adesso inizia a risentire degli effetti della “recessione prolungata”. Secondo alcune indiscrezioni, comunque, la Bce non intende rimanere atarassica. Già negli scorsi mesi Draghi ha spinto i suoi poteri di intervento fino al limite consentito dall’ortodossia teutonica, sempre attenta al rischio inflazione. Dopo aver già fornito liquidità illimitata alle banche (dicembre 2011) e aver già garantito sostegno potenzialmente illimitato ai debiti sovrani degli stati in difficoltà (settembre 2012), “da settimane i tecnici dell’Eurotower studiano un meccanismo simile al ‘funding for lending’ della Bank of England” – ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera di domenica – ovvero “prestiti alle banche espressamente finalizati a sostenere il credito a chi produce e dà lavoro”. Prima di un passo così radicale ci sarebbe da utilizzare ancora la leva di un ulteriore taglio del costo del denaro, dopodiché si avvierà il consueto sforzo diplomatico di Draghi, costretto a mediare tra idee radicalmente diverse sulla politica monetaria. Anche questa volta, però, la mediazione sarà prima di tutto tra interessi divergenti nell’Eurozona. Da una parte, per esempio, c’è l’Italia, in cui i prestiti al settore privato non finanziario si sono ridotti di 38 miliardi nel 2012 (30 miliardi in meno, nello specifico, alle sole imprese private, da 895 a 865 miliardi). Dall’altra parte, però, c’è una Germania con il problema opposto rispetto al “credit crunch”. La Bundesbank, nel suo bollettino di febbraio, ha osservato che l’attività di prestito al settore privato domestico “ha segnato un ulteriore aumento”, trascinato soprattutto dal settore finanziario e delle famiglie, e questo nonostante un calo dei prestiti alle imprese nel quarto trimestre 2012. Secondo un’inchiesta di James Wilson sul Financial Times, addirittura, la concorrenza bancaria nel finanziare a tassi agevolati il “Mittelstand”, ovvero il tessuto di piccole e medie imprese teutoniche, sarebbe talmente sfrenata da annullare o quasi i margini di profitto degli istituti teutonici.
Per Sabine Lautenschläger, vicepresidente della Banca centrale tedesca, la forte competizione “pone un problema per il sistema bancario: se ci sia business a sufficienza per tutte le banche”. Negli scorsi anni, alcune tra le 430 banche locali e le 1.200 cooperative che finanziavano le piccole imprese tedesche avevano iniziato a investire al di fuori dei confini; poi però le turbolenze sui mercati dei titoli di stato dei paesi periferici le hanno spinte a tornare in patria. Così ora Commerzbank, nelle sue pubblicità, si chiede polemica: “Perché le altre banche hanno scoperto all’improvviso un nuovo amore per il Mittlestand?”. “Senza contare che i prestiti alle imprese tedesche vengono offerti a tassi inferiori, in media dell’1,5 per cento, rispetto a quelli italiani”, dice al Foglio Marco Onado, docente al Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi. “Non è dunque un caso che la Germania non abbia tutta questa fretta di affrontare con soluzioni comuni il problema generale del credito in Europa – continua l’editorialista del Sole 24 Ore – Finora tutte le attenzioni si sono concentrate sulla necessaria robustezza delle banche, ma tale condizione non è sufficiente per tornare a elargire credito. Come già in passato, prima di altre scelte straordinarie, Draghi vuole che siano i governi a fare la prima mossa”.