“Pubblico ministero della Nazione”

Andrea Manzella esamina su Repubblica i problemi di funzionalità del Parlamento, enfatizzati dalla particolare fase di stallo politico, ma presenti anche in condizioni “normali”. Descrive una trasformazione che si è realizzata di fatto, attraverso lo spostamento sempre più netto della facoltà legislativa nelle forme della decretazione, che non appare più eccezionale, visto che eccezionale, ed eccezionale in modo permanente, sembra il contesto oggettivo in cui operano le istituzioni. Persino la cruciale sentenza con cui la Corte costituzionale vietò la reiterazione dei decreti non approvati nei sessanta giorni previsti, secondo l’analisi di Manzella, oggi sarebbe diversa.
10 APR 13
Ultimo aggiornamento: 07:46 | 21 AGO 20
Immagine di “Pubblico ministero della Nazione”
Andrea Manzella esamina su Repubblica i problemi di funzionalità del Parlamento, enfatizzati dalla particolare fase di stallo politico, ma presenti anche in condizioni “normali”. Descrive una trasformazione che si è realizzata di fatto, attraverso lo spostamento sempre più netto della facoltà legislativa nelle forme della decretazione, che non appare più eccezionale, visto che eccezionale, ed eccezionale in modo permanente, sembra il contesto oggettivo in cui operano le istituzioni. Persino la cruciale sentenza con cui la Corte costituzionale vietò la reiterazione dei decreti non approvati nei sessanta giorni previsti, secondo l’analisi di Manzella, oggi sarebbe diversa. Sarebbe troppo facile ricordare le grida di scandalo che sullo stesso giornale e spesso dallo stesso autore si sono levate per stigmatizzare quello che veniva considerato un insopportabile eccesso di decretazione da parte del governo di centrodestra. Quali che siano le ragioni che spingono a ragionare senza paraocchi sulla fragilità del sistema delle decisioni politiche ingabbiato in norme obsolete e paralizzanti, l’importante è che si faccia strada la convinzione dell’urgenza di apportare le correzioni necessarie.
Dall’analisi per così dire “sostanziale” e non più puramente formale della funzione istituzionale della rappresentanza parlamentare, si deduce la necessità di spostare la funzione di controllo del Parlamento “sul versante dei risultati, della valutazione delle politiche pubbliche, della verifica delle procedure deliberative”. Sembrerebbe una deduzione logica e condivisibile, se essa poi non fosse sintetizzata in un’affermazione sorprendente: “La necessità del Parlamento come pubblico ministero della Nazione”. La conclusione giacobina e giustizialista di un ragionamento che sembrava improntato alla ricerca dell’efficienza è preoccupante. Il pubblico ministero è un organismo di accusa: la rappresentanza nazionale non può trasformarsi in una sorta di parte processuale, non si capisce peraltro nei confronti di quale controparte e con quale istituzione in funzione giudicante. L’idea di compensare la riduzione di funzioni propriamente legislative con una sorta di esondazione sul terreno giudiziario, che può apparire suggestiva e rispondente alle ansie di punizione agitate dai demagoghi di turno, è in realtà un espediente puramente retorico, nel migliore dei casi, e una indicazione illiberale nel peggiore.