Cela faremo?
Una sfida virtuosa per abbattere il debito e trovare risorse per la crescita
La domanda di tutti cui ha dato voce Giuliano Ferrara è se l’Italia ce la farà a uscire da una crisi che ha molteplici risvolti, da quello economico a quello più propriamente politico. Fermiamoci innanzitutto sul primo, quello economico, visto il dramma di una recessione che continua per il quinto anno. E’ tempo che partiti di governo e ministri la smettano di litigare su quale tassa togliere prima di reperire risorse sufficienti per uscire dalla crisi. Su questo terreno, infatti, c’è un silenzio assordante a testimonianza di un’insopportabile decadenza della politica. di Paolo Cirino Pomicino

La domanda di tutti cui ha dato voce Giuliano Ferrara è se l’Italia ce la farà a uscire da una crisi che ha molteplici risvolti, da quello economico a quello più propriamente politico. Fermiamoci innanzitutto sul primo, quello economico, visto il dramma di una recessione che continua per il quinto anno. E’ tempo che partiti di governo e ministri la smettano di litigare su quale tassa togliere prima di reperire risorse sufficienti per uscire dalla crisi. Su questo terreno, infatti, c’è un silenzio assordante a testimonianza di un’insopportabile decadenza della politica. Per quanto ci riguarda lanciamo la nostra proposta dichiarando sin da ora che non ci impiccheremo a essa né ci offenderemo se dovesse essere respinta, ma chiediamo con forza a quanti non dovessero condividerla di farne altre ponendosi analogo obiettivo, quello di trovare risorse sufficienti per far uscire l’Italia dall’avvitamento tra recessione, disoccupazione e deficit pubblici. Noi riteniamo che l’obiettivo principale sia quello di ridurre, hic et nunc, lo stock del debito pubblico in maniera significativa con il doppio effetto di liberare risorse per la crescita e di dare al mercato la dimostrazione di un’inversione di tendenza. Per ridurre il debito pubblico subito di almeno 8-10 punti di pil, i soldi vanno ricercati là dove sono e cioè in quel 10 per cento di cittadini, famiglie e imprese che controllano il 45 per cento della ricchezza nazionale.
Noi siamo contrari a qualunque forma di patrimoniale perché l’effetto positivo di maggior gettito verrebbe vanificato da un input recessivo in una economia già agonizzante, come accade sempre quando vengono varate imposte straordinarie. Pensiamo, al contrario, a un’offensiva politica di persuasione verso la ricchezza nazionale spiegando ai suoi possessori pro quota che mai come questa volta salvando il paese salvano anche se stessi e le proprie sostanze senza, peraltro, che la vita gli cambi. La strada alternativa è una sorta di concordato preventivo tra lo stato e la ricchezza nazionale. La richiesta, allora, dovrebbe essere quella di un contributo volontario a fondo perduto allo stato, e per esso alla Banca d’Italia per abbattere una parte del debito cumulato, che vada da un minimo di 30 mila euro a un massimo di 5 milioni a seconda del reddito o del fatturato (persone fisiche o giuridiche) in base a una griglia predeterminata. In cambio lo stato garantisce a quanti aderiscono che non avranno accertamenti fiscali per tre anni a condizione, però, che il loro reddito o il loro fatturato aumenti di 1,5-2 per cento l’anno. A scanso di equivoci, facili nella mediocrità imperante, non si tratta di condoni ma di un concordato preventivo che, peraltro, viene utilizzato ampiamente dalla stessa Equitalia in caso di redditi da essa presunti e dal contribuente respinti. Secondo i comportamenti storici dei contribuenti italiani, l’adesione a questo concordato preventivo non dovrebbe essere inferiore al 40 per cento delle partite Iva (e cioè 2 milioni) e, valutando una media di 60 mila euro a contribuente, la stima è di un gettito a fondo perduto intorno ai 120 miliardi di euro (8 punti di pil) che libererebbe da 6 a 7 mld di euro di spesa per interessi. Il contributo a fondo perduto può essere versato anche in 2 esercizi finanziari a distanza di non oltre 6 mesi.
Noi siamo contrari a qualunque forma di patrimoniale perché l’effetto positivo di maggior gettito verrebbe vanificato da un input recessivo in una economia già agonizzante, come accade sempre quando vengono varate imposte straordinarie. Pensiamo, al contrario, a un’offensiva politica di persuasione verso la ricchezza nazionale spiegando ai suoi possessori pro quota che mai come questa volta salvando il paese salvano anche se stessi e le proprie sostanze senza, peraltro, che la vita gli cambi. La strada alternativa è una sorta di concordato preventivo tra lo stato e la ricchezza nazionale. La richiesta, allora, dovrebbe essere quella di un contributo volontario a fondo perduto allo stato, e per esso alla Banca d’Italia per abbattere una parte del debito cumulato, che vada da un minimo di 30 mila euro a un massimo di 5 milioni a seconda del reddito o del fatturato (persone fisiche o giuridiche) in base a una griglia predeterminata. In cambio lo stato garantisce a quanti aderiscono che non avranno accertamenti fiscali per tre anni a condizione, però, che il loro reddito o il loro fatturato aumenti di 1,5-2 per cento l’anno. A scanso di equivoci, facili nella mediocrità imperante, non si tratta di condoni ma di un concordato preventivo che, peraltro, viene utilizzato ampiamente dalla stessa Equitalia in caso di redditi da essa presunti e dal contribuente respinti. Secondo i comportamenti storici dei contribuenti italiani, l’adesione a questo concordato preventivo non dovrebbe essere inferiore al 40 per cento delle partite Iva (e cioè 2 milioni) e, valutando una media di 60 mila euro a contribuente, la stima è di un gettito a fondo perduto intorno ai 120 miliardi di euro (8 punti di pil) che libererebbe da 6 a 7 mld di euro di spesa per interessi. Il contributo a fondo perduto può essere versato anche in 2 esercizi finanziari a distanza di non oltre 6 mesi.
La seconda proposta più volte descritta ma sempre ignorata è la vendita di 10 milioni di mq di immobili statali utilizzati dalle amministrazioni centrali dello stato (100 palazzi di 100 mila mq) conferiti in un fondo immobiliare pubblico con un reddito pro quota tra il 5/6 per cento che darebbe un gettito di 40 miliardi di euro. Collocando l’onere della locazione per i primi 3 anni sul ricavato della vendita per evitare difficoltà sui saldi di finanza pubblica avremmo in pochi mesi 33-35 miliardi di euro da immettere nell’economia reale per il suo start-up. L’insieme di queste due manovre determinerebbe una riduzione del debito e quindi del deficit e in più 33-35 miliardi di euro da immettere nell’economia reale e sufficienti in un triennio a garantire una forte ripresa della nostra economia, riducendo il cuneo fiscale, le tasse sulle imprese e aumentando le detrazioni sulle famiglie a basso reddito. Siamo pronti ad accettare proposte diverse mettendo da parte le nostre, a condizione che abbiano però la stessa efficacia sul debito e sulla crescita.
di Paolo Cirino Pomicino
di Paolo Cirino Pomicino