La grande attesa del nulla e quel che succede dopo
Si è conclusa ieri la prima giornata d’udienza in Cassazione nel processo Mediaset, che vede tra gli imputati Silvio Berlusconi. La relazione introduttiva della causa, tenuta dal consigliere Amedeo Franco, è durata due ore e mezza. “Completa e impeccabile”, l’ha giudicata Franco Coppi, difensore del Cavaliere. Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Mura, ha poi tenuto la sua requisitoria chiedendo di rigettare tutti i ricorsi e confermare dunque le condanne per gli imputati. Oggi parleranno i difensori, la sentenza tra stasera e domani.

Si è conclusa ieri la prima giornata d’udienza in Cassazione nel processo Mediaset, che vede tra gli imputati Silvio Berlusconi. La relazione introduttiva della causa, tenuta dal consigliere Amedeo Franco, è durata due ore e mezza. “Completa e impeccabile”, l’ha giudicata Franco Coppi, difensore del Cavaliere. Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Mura, ha poi tenuto la sua requisitoria chiedendo di rigettare tutti i ricorsi e confermare dunque le condanne per gli imputati. Oggi parleranno i difensori, la sentenza domani.
1) Domani la Corte di Cassazione potrebbe confermare la sentenza d’Appello che, nel processo cosiddetto Mediaset, ha condannato Silvio Berlusconi, per frode fiscale, a quattro anni di carcere e, come pena accessoria, a cinque d’interdizione dai pubblici uffici. Berlusconi andrebbe ai domiciliari, o affidato ai servizi sociali.
Berlusconi condannato. Punto. “Grande confusione, falchi agitatissimi e un Cavaliere invece responsabile. Pericoli per il governo, da sinistra, ma contenuti dalla triangolazione Letta-Napolitano-Berlusconi”, dice un vecchio amico del Cavaliere che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo da Berlusconi. Entro agosto si riunirebbe la giunta per le elezioni del Senato, presieduta da Dario Stefano (Sel), chiamata a esprimere un parere sulla decadenza del condannato Berlusconi dal suo seggio di Palazzo Madama. “Non potremmo che prendere atto della sua decadenza”, ha dichiarato per tempo il capogruppo del Pd Luigi Zanda. Dopo la decisione della giunta, sarebbe l’Aula del Senato a dover votare, a scrutinio segreto, in un clima surriscaldato, l’effettiva espulsione del senatore Silvio Berlusconi; anche se fonti di Palazzo Grazioli sostengono che Berlusconi si dimetterebbe lui, prima, confermando anche il sostegno al governo di grande coalizione. Ma gli umori, specie quelli del Cavaliere mobile, sono imprevedibili. E dunque chissà. L’unica cosa certa è che il Cavaliere andrebbe agli arresti domiciliari, forse ai servizi sociali, mentre si rafforzerebbe la voce ostinata del partito delle manette guidato da Repubblica e dal Fatto. Un po’ di tramestio per Enrico Letta, un’esplosione le cui schegge potrebbero lambire anche il Quirinale e Giorgio Napolitano, il grande tessitore delle larghe intese. L’ala antigovernativa del Pd, con Nichi Vendola e Beppe Grillo, tenterebbe ancora di denunciare l’incestuosa unione con il Pdl guidato da un condannato in via definitiva per frode fiscale. Con effetti collaterali sulla lotta intestina al Pd, diviso persino sulle regole del futuro congresso. Matteo Renzi, che teme il rafforzarsi dei governativi intorno alla figura popolare di Enrico Letta (così dicono anche i sondaggi che attestano il premier al 65 per cento di gradimento), potrebbe giudicare “irripetibile” l’occasione e cavalcare l’onda scatenata dai militanti dell’antiberlusconismo chiodato e dai riflessi più giustizialisti del centrosinistra. Ma la manovrà s’infrangerebbe sul Quirinale, sul premier Letta e sullo stesso Berlusconi, com’è già accaduto per il caso Ablyazov, quando il giovane sindaco di Firenze sembrava poter animare, intorno all’affaire kazaco, chissà quale forza d’urto contro le larghe intese. Ma poi non è successo niente. Certo, nel marasma, tra i rinfocolatori, Letta e Napolitano si troverebbero a dover gestire una situazione inedita e per certi versi surreale: il capo del Pdl, azionista del governo, privato dei diritti politici e forse anche della libertà personale.
Berlusconi condannato. Punto. “Grande confusione, falchi agitatissimi e un Cavaliere invece responsabile. Pericoli per il governo, da sinistra, ma contenuti dalla triangolazione Letta-Napolitano-Berlusconi”, dice un vecchio amico del Cavaliere che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo da Berlusconi. Entro agosto si riunirebbe la giunta per le elezioni del Senato, presieduta da Dario Stefano (Sel), chiamata a esprimere un parere sulla decadenza del condannato Berlusconi dal suo seggio di Palazzo Madama. “Non potremmo che prendere atto della sua decadenza”, ha dichiarato per tempo il capogruppo del Pd Luigi Zanda. Dopo la decisione della giunta, sarebbe l’Aula del Senato a dover votare, a scrutinio segreto, in un clima surriscaldato, l’effettiva espulsione del senatore Silvio Berlusconi; anche se fonti di Palazzo Grazioli sostengono che Berlusconi si dimetterebbe lui, prima, confermando anche il sostegno al governo di grande coalizione. Ma gli umori, specie quelli del Cavaliere mobile, sono imprevedibili. E dunque chissà. L’unica cosa certa è che il Cavaliere andrebbe agli arresti domiciliari, forse ai servizi sociali, mentre si rafforzerebbe la voce ostinata del partito delle manette guidato da Repubblica e dal Fatto. Un po’ di tramestio per Enrico Letta, un’esplosione le cui schegge potrebbero lambire anche il Quirinale e Giorgio Napolitano, il grande tessitore delle larghe intese. L’ala antigovernativa del Pd, con Nichi Vendola e Beppe Grillo, tenterebbe ancora di denunciare l’incestuosa unione con il Pdl guidato da un condannato in via definitiva per frode fiscale. Con effetti collaterali sulla lotta intestina al Pd, diviso persino sulle regole del futuro congresso. Matteo Renzi, che teme il rafforzarsi dei governativi intorno alla figura popolare di Enrico Letta (così dicono anche i sondaggi che attestano il premier al 65 per cento di gradimento), potrebbe giudicare “irripetibile” l’occasione e cavalcare l’onda scatenata dai militanti dell’antiberlusconismo chiodato e dai riflessi più giustizialisti del centrosinistra. Ma la manovrà s’infrangerebbe sul Quirinale, sul premier Letta e sullo stesso Berlusconi, com’è già accaduto per il caso Ablyazov, quando il giovane sindaco di Firenze sembrava poter animare, intorno all’affaire kazaco, chissà quale forza d’urto contro le larghe intese. Ma poi non è successo niente. Certo, nel marasma, tra i rinfocolatori, Letta e Napolitano si troverebbero a dover gestire una situazione inedita e per certi versi surreale: il capo del Pdl, azionista del governo, privato dei diritti politici e forse anche della libertà personale.
2) Domani la Corte di Cassazione potrebbe cancellare la sentenza d’Appello che, nel processo cosiddetto Mediaset, ha condannato Silvio Berlusconi, per frode fiscale, a quattro anni di carcere e, come pena accessoria, a cinque d’interdizione dai pubblici uffici. Berlusconi sarebbe libero.
“Troppa grazia. Il governo va avanti e il Cavaliere pure, con le fanfare”, dice un vecchio amico di Berlusconi che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo dal Cavaliere. Falchi e rinfocolatori, la fazione antigovernativa che agita in ugual misura sia il Pd sia il Pdl, sarebbe a quel punto tacitata da una sentenza favorevole alla stabilità. Il rischio vero potrebbe essere, semmai, un’eccessiva baldanza del Cavaliere scagionato (temperata però dallo spettro degli altri processi che incombono). Daniela Santanchè potrebbe riscoprire le delizie di governare con il nemico, e Rosy Bindi, assieme a Beppe Grillo e Nichi Vendola, non avrebbe più strumenti per vellicare gli instinti più manettari e sfascisti del centrosinistra e del Pd vagolante, esulcerato dalla contesa pre-congressuale. Uscirebbe irrobustita l’ala più allergica alle incursioni chiodate del partito Rep.-il Fatto, ma pure Enrico Letta, il presidente del Consiglio, avrebbe la vita un po’ più facile trasformandosi anche in un serio competitore dell’arrembante Matteo Renzi nella battaglia per il potere nel Pd. Berlusconi potrebbe serenamente confermare, senza più cattivi pensieri né tormenti, l’impegno alla responsabilità siglato con Napolitano all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio, anche se potrebbe essere tentato di tornare a farsi minaccioso e di assecondare i suoi falchi pro Imu. Ma i pensieri del Cav. continuerebbero a essere attaversati dalla questione giudiziaria, che con questa sentenza, comunque, non si è risolta del tutto. Va infatti avanti il processo Ruby, arrivato in Corte d’appello dopo una pesante condanna di primo grado a sette anni (con interdizione perpetua dai pubblici uffici): è il processo in stato più avanzato, seguìto da quello napoletano sulla compravendita dei senatori, che è invece alle battute iniziali. Ma nessuna delle grane giudiziarie del Cavaliere avrebbe più influenza diretta sulla tenuta di questo governo. Nei piani del Quirinale, e dello stesso premier Letta, l’esecutivo di grande coalizione completerà infatti il suo lavoro nel secondo semestre del 2014 per poi sciogliersi e consegnare l’Italia a nuove elezioni politiche (coincidenti con le europee). Un tempo considerato troppo ravvicinato per coincidere con la fase finale e definitiva dell’iter processuale del caso Ruby. E insomma non ci sarebbero più enormi ostacoli giudiziari da superare, il Cavaliere si sentirebbe complessivamente tutelato dalla logica delle larghe intese.
“Troppa grazia. Il governo va avanti e il Cavaliere pure, con le fanfare”, dice un vecchio amico di Berlusconi che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo dal Cavaliere. Falchi e rinfocolatori, la fazione antigovernativa che agita in ugual misura sia il Pd sia il Pdl, sarebbe a quel punto tacitata da una sentenza favorevole alla stabilità. Il rischio vero potrebbe essere, semmai, un’eccessiva baldanza del Cavaliere scagionato (temperata però dallo spettro degli altri processi che incombono). Daniela Santanchè potrebbe riscoprire le delizie di governare con il nemico, e Rosy Bindi, assieme a Beppe Grillo e Nichi Vendola, non avrebbe più strumenti per vellicare gli instinti più manettari e sfascisti del centrosinistra e del Pd vagolante, esulcerato dalla contesa pre-congressuale. Uscirebbe irrobustita l’ala più allergica alle incursioni chiodate del partito Rep.-il Fatto, ma pure Enrico Letta, il presidente del Consiglio, avrebbe la vita un po’ più facile trasformandosi anche in un serio competitore dell’arrembante Matteo Renzi nella battaglia per il potere nel Pd. Berlusconi potrebbe serenamente confermare, senza più cattivi pensieri né tormenti, l’impegno alla responsabilità siglato con Napolitano all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio, anche se potrebbe essere tentato di tornare a farsi minaccioso e di assecondare i suoi falchi pro Imu. Ma i pensieri del Cav. continuerebbero a essere attaversati dalla questione giudiziaria, che con questa sentenza, comunque, non si è risolta del tutto. Va infatti avanti il processo Ruby, arrivato in Corte d’appello dopo una pesante condanna di primo grado a sette anni (con interdizione perpetua dai pubblici uffici): è il processo in stato più avanzato, seguìto da quello napoletano sulla compravendita dei senatori, che è invece alle battute iniziali. Ma nessuna delle grane giudiziarie del Cavaliere avrebbe più influenza diretta sulla tenuta di questo governo. Nei piani del Quirinale, e dello stesso premier Letta, l’esecutivo di grande coalizione completerà infatti il suo lavoro nel secondo semestre del 2014 per poi sciogliersi e consegnare l’Italia a nuove elezioni politiche (coincidenti con le europee). Un tempo considerato troppo ravvicinato per coincidere con la fase finale e definitiva dell’iter processuale del caso Ruby. E insomma non ci sarebbero più enormi ostacoli giudiziari da superare, il Cavaliere si sentirebbe complessivamente tutelato dalla logica delle larghe intese.
3) Domani la corte di Cassazione potrebbe accogliere in toto (o parzialmente) il ricorso dei legali di Silvio Berlusconi chiedendo un nuovo processo d’Appello. Una soluzione considerata di compromesso. Se accolto in toto il ricorso, il processo sarebbe tutto da rifare, e la prescrizione (giugno 2014) non così remota. Se il ricorso fosse accolto solo parzialmente, la Corte d’Appello sarebbe chiamata a ridefinire l’entità della condanna (perché pur sempre di condanna definitiva si tratterebbe), in particolare per le pene accessorie.
“La guerra continua, il governo regge in un clima sospeso, d’attesa, ma per Berlusconi si spalanca con un orizzonte di salvezza”, dice un vecchio amico del Cavaliere che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo da Berlusconi. Nessun botto immediato, il Parlamento va in vacanza, come previsto, e il tramestio delle ultime settimane, l’agitazione e lo spettro del gabbio per il capo del Pdl, vengono stemperati dal mare e dal caldo agostano. Il Cavaliere intravvederebbe la salvezza nelle pieghe della sentenza di Cassazione. Nel peggiore dei casi gli è stata confermata solo una parte della condanna, nella migliore tutto il processo d’appello è da rifare, ma in ogni caso la prescrizione è a portata di mano, a giugno dell’anno prossimo. Per restare nei tempi, la Corte d’appello di Milano dovrebbe andare davvero veloce, superare i tempi medi, sorprendere tutte le statistiche che coinvolgono l’elefantiaco meccanismo giudiziario d’Italia. Ma con Berlusconi la giustizia è stata spesso molto rapida, e dunque anche ad Arcore un rinvio in Corte d’appello sarebbe soltanto una mezza festa, con riserva. Per un verso si mantiene dunque lo status quo nell’equilibrio della recita politica: il partito del giustizialismo chiodato che risponde a Repubblica e al Fatto continuerebbe a condizionare una parte del Pd, mentre l’ala governativa del partito, quella che si stringe attorno a Enrico Letta, continuerebbe tuttavia a resistere protetta da Giorgio Napolitano. Berlusconi resterebbe fedele alla logica delle larghe intese, continuerebbe forse a pensare d’essere sottoposto a una specie di sottile ricatto istituzionale che lo lega al governo pena l’ordalia giudiziaria, ma non avrebbe alcun motivo razionale per dubitare della convenienza (politica e personale) di sostenere l’architettura delle larghe intese. Tutto procederebbe ancora secondo i meccanismi un po’ paludosi, quell’incedere a singhiozzo tra falchi e colombe, tra veti e rinvii, tra tatticismi e sospetti, che hanno caratterizzato la prima fase della grande coalizione all’italiana. Ciascuno continuerebbe a recitare il ruolo che il destino gli ha fin qui assegnato fino alla fine della legislatura, anche perché la prescrizione per il Cavaliere scatterebbe soltanto a ridosso del secondo semestre 2014, quando cioè anche Letta e Napolitano prevedono di concludere l’esperienza grancoalizionista per tornare alle elezioni.
“La guerra continua, il governo regge in un clima sospeso, d’attesa, ma per Berlusconi si spalanca con un orizzonte di salvezza”, dice un vecchio amico del Cavaliere che s’intende di giurisprudenza, un uomo da tempo lontano dai riflettori della politica, ma sempre presente al Castello e ascoltatissimo da Berlusconi. Nessun botto immediato, il Parlamento va in vacanza, come previsto, e il tramestio delle ultime settimane, l’agitazione e lo spettro del gabbio per il capo del Pdl, vengono stemperati dal mare e dal caldo agostano. Il Cavaliere intravvederebbe la salvezza nelle pieghe della sentenza di Cassazione. Nel peggiore dei casi gli è stata confermata solo una parte della condanna, nella migliore tutto il processo d’appello è da rifare, ma in ogni caso la prescrizione è a portata di mano, a giugno dell’anno prossimo. Per restare nei tempi, la Corte d’appello di Milano dovrebbe andare davvero veloce, superare i tempi medi, sorprendere tutte le statistiche che coinvolgono l’elefantiaco meccanismo giudiziario d’Italia. Ma con Berlusconi la giustizia è stata spesso molto rapida, e dunque anche ad Arcore un rinvio in Corte d’appello sarebbe soltanto una mezza festa, con riserva. Per un verso si mantiene dunque lo status quo nell’equilibrio della recita politica: il partito del giustizialismo chiodato che risponde a Repubblica e al Fatto continuerebbe a condizionare una parte del Pd, mentre l’ala governativa del partito, quella che si stringe attorno a Enrico Letta, continuerebbe tuttavia a resistere protetta da Giorgio Napolitano. Berlusconi resterebbe fedele alla logica delle larghe intese, continuerebbe forse a pensare d’essere sottoposto a una specie di sottile ricatto istituzionale che lo lega al governo pena l’ordalia giudiziaria, ma non avrebbe alcun motivo razionale per dubitare della convenienza (politica e personale) di sostenere l’architettura delle larghe intese. Tutto procederebbe ancora secondo i meccanismi un po’ paludosi, quell’incedere a singhiozzo tra falchi e colombe, tra veti e rinvii, tra tatticismi e sospetti, che hanno caratterizzato la prima fase della grande coalizione all’italiana. Ciascuno continuerebbe a recitare il ruolo che il destino gli ha fin qui assegnato fino alla fine della legislatura, anche perché la prescrizione per il Cavaliere scatterebbe soltanto a ridosso del secondo semestre 2014, quando cioè anche Letta e Napolitano prevedono di concludere l’esperienza grancoalizionista per tornare alle elezioni.