Politica industriale senza fronzoli
L’ acquisizione da parte della società spagnola Telefonica della maggioranza di Telco, che prelude al controllo della holding e a cascata a quello su Telecom Italia (assieme a un rapporto dell’Ue che segnala la deindustrializzazione nazionale) risolleva la discussione sulla nostra politica industriale. Pressati dalle questioni urgenti relative agli equilibri di bilancio e all’aumento di imposte, in contrapposizione al taglio di spese, la politica industriale è stata messa in secondo piano.

L’ acquisizione da parte della società spagnola Telefonica della maggioranza di Telco, che prelude al controllo della holding e a cascata a quello su Telecom Italia (assieme a un rapporto dell’Ue che segnala la deindustrializzazione nazionale) risolleva la discussione sulla nostra politica industriale. Pressati dalle questioni urgenti relative agli equilibri di bilancio e all’aumento di imposte, in contrapposizione al taglio di spese, la politica industriale è stata messa in secondo piano. Occorre, però, che sia senza miti e senza fronzoli, in cui si distingua ciò che compete allo stato e ciò che spetta al mercato. Nel caso di Telecom, impresa privata di pubblica utilità, che opera in monopolio per la rete e in concorrenza per il ciclo a valle, ciò che allo stato compete è d’interessarsi dell’ammodernamento tecnologico della nostra infrastruttura telefonica. Allo stato, invece, non deve interessare se le società che offrono i servizi telefonici a valle sono pubbliche o private, italiane o estere. L’afflusso di capitali esteri e nazionali in regime di concorrenza e trasparenza è un fattore importante per il rilancio della nostra produttività industriale. E ciò porta all’altro compito dello stato. Quello di creare le condizioni di lavoro in Italia per le imprese come Fiat che operano sui mercati internazionali (senza occuparsi dei modelli d’auto delle sue aziende o quant’altro), ma con una legislazione chiara e certa sulle relazioni sindacali, che tuttora manca. Fare chiarezza (da questa sponda dell’Atlantico) sgraverebbe la prima multinazionale italiana di un problema, ora che è impegnata a confrontarsi con i sindacati americani per la quotazione di Chrysler.