Evasori “causa crisi” e il solito buonismo

Il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano ha assolto un imprenditore informatico accusato di non avere pagato l’Iva. Il fatto “non costituisce reato” d’evasione perché non c’era dolo. Il mancato versamento dell’imposta per 180 mila euro infatti non derivava dalla volontà di ometterlo, ma dalla difficile situazione economica in cui versava l’azienda, sull’orlo del fallimento. Pertanto non si applicheranno le sanzioni penali, sebbene la riscossione proseguirà il suo corso. La sentenza in sé è ragionevole, se davvero esiste l’insolvenza.
26 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:24 | 16 AGO 20
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Il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano ha assolto un imprenditore informatico accusato di non avere pagato l’Iva. Il fatto “non costituisce reato” d’evasione perché non c’era dolo. Il mancato versamento dell’imposta per 180 mila euro infatti non derivava dalla volontà di ometterlo, ma dalla difficile situazione economica in cui versava l’azienda, sull’orlo del fallimento. Pertanto non si applicheranno le sanzioni penali, sebbene la riscossione proseguirà il suo corso. La sentenza in sé è ragionevole, se davvero esiste l’insolvenza. E di sentenze simili ce ne sono state almeno altre quattro negli ultimi due anni. In linea di principio si dice che il contribuente non è una “preda” cui si debba dare la caccia con ogni mezzo: se non paga le imposte non commette un furto allo stato, semmai deroga a un’obbligazione dovuta. Dunque, se non può versare l’Iva a causa di una grave crisi aziendale, l’omesso versamento non è un reato, ma il mancato pagamento di un debito. Ciò non comporta, però, che si possa avallare la tesi, che echeggia nella sinistra melensamente populista e buonista, per cui non dovrebbero essere sanzionabili tutti coloro che si trovano in grave difficoltà nel pagare le imposte.
C’è grande confusione circa la nozione d’evasione di sopravvivenza. L’idea di Itzhak Yoram Gutgeld, guru economico di Matteo Renzi e deputato del Pd, di “depenalizzare” per legge l’eventualità in cui chi non è in grado di pagare le imposte introdurrebbe un nuovo elemento di arbitrio giudiziario nella nostra economia, dando un vasto potere di politica fiscale ai magistrati penali, che già coi sequestri cautelari dei beni degli imprenditori determinano il destino delle aziende (è il caso dell’Ilva).
La prospettiva tratteggiata da Gutgeld, intervistato da Libero, è perciò a dire poco raccapricciante: da un lato pene severe per i reati tributari di chi ha i mezzi per pagare, dall’altro l’immunità per chi non ha mezzi bastanti. I borghesi debbono andare in carcere perché le imposte sono belle, i non abbienti possono evaderle per diritto alla sopravvivenza (anche se, dandosi da fare e stringendo la cinghia potrebbero assolverle). O almeno accadrebbe se lo sentenzia un gip, un gup o una corte, sulla base di norme elastiche, da interpretare secondo il sentimento popolare. Perché le sentenze si applicano: anche se lo stato di diritto è andato in soffitta.