Il peccatore indebitato, il santo creditore
La foga moralista applicata alla politica genera mostri, figuriamoci quando essa è applicata all’economia. Archiviata dunque la divisione del mondo in “peccatori indebitati” e “santi creditori”, a maggior ragione dopo il declassamento della rigorosissima Olanda che ieri ha perso la tripla A, meglio ascoltare qualche riflessione esterna alla dialettica europea, del tipo di quelle fornite da mesi dal dibattito americano.

La foga moralista applicata alla politica genera mostri, figuriamoci quando essa è applicata all’economia. Archiviata dunque la divisione del mondo in “peccatori indebitati” e “santi creditori”, a maggior ragione dopo il declassamento della rigorosissima Olanda che ieri ha perso la tripla A, meglio ascoltare qualche riflessione esterna alla dialettica europea, del tipo di quelle fornite da mesi dal dibattito americano. Troppo “socialista” l’Amministrazione Obama che bolla come un “pericolo” per la stabilità globale gli eccessivi surplus commerciali della Germania? Allora si prenda il Wall Street Journal, giornale finanziario che non nasconde una linea editoriale liberista e conservatrice, e che ieri titolava così uno dei suoi commenti: “Dove sono andati a finire tutti i risparmi dei tedeschi?”. Che poi è un modo per ribadire che, se l’economia europea procede di squilibrio in squilibrio (fiscale, commerciale o finanziario che sia), alla fine ci perderemo tutti. Anzi, perfino i primi della classe ci perderanno. Meglio ancora: ci hanno già rimesso di tasca loro.
Ricorda infatti il columnist Stephen Fidler, sul Wsj, che la linea di difesa dei tedeschi – noi esportiamo di più perché più bravi, ergo voi europei prendete tutti esempio da noi – è una linea monca. A ogni avanzo commerciale corrisponde infatti un deficit. Stando ai manuali di macroeconomia, un eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni si specchia sempre in un eccesso di reddito sulla spesa: cioè la comunità nazionale (governo e settore privato tedeschi in questo caso) spende meno del proprio reddito, accumula risparmio e lo esporta altrove. Si spiega per esempio così il fatto che le banche tedesche, quando Atene cominciò a vacillare, si scoprirono piene di titoli di stato greci. E’ il bello dell’economia interconnessa: se un tedesco oggi risparmia qualcosa, finanzierà il greco che domani vuole spendere di più per acquistare una Bmw made in Deutschland. Ora però il Wsj sostiene, citando studi di vari economisti, che questi scompensi sono durati troppo a lungo e si sono ingigantiti. Non solo: spiega pure che i risparmi delle ormai proverbiali formiche tedesche, presi in gestione dal sistema finanziario nazionale e dirottati su bond pericolanti dei paesi periferici o titoli tossici americani, sono stati erosi. Perdite nell’ordine dei 600 miliardi di euro tra 2006 e 2012, pari a decine di punti di pil nazionale. Il risparmiatore tedesco non sempre ne ha contezza, visto che spesso gli errori di certi istituti finanziari sono stati coperti dallo stato (cioè dal contribuente!). Eppure lo squilibrio c’è e alimenta perdite massicce. Al punto che il Wsj conclude: “Impiegare alcuni risparmi (tedeschi) per ricostruire le infrastrutture domestiche a volte malconce si sarebbe dimostrato più conveniente”. A maggior ragione oggi che l’aggiustamento dell’Eurozona pesa quasi tutto sulla “periferia”, si tratta di un utile promemoria per il futuro governo tedesco.