La svolta generazionale si è persa per strada i produttori tartassati

Tra “svolta generazionale” da co-intestarsi assieme a Matteo Renzi, “polemica sull’Imu” da sedare, e “impegno sulla riduzione del cuneo fiscale” da ribadire, ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, si è dimenticato ancora una volta la sorte dei “produttori” italiani. E con lui il Parlamento che sta approvando in queste ore la Legge di stabilità per il 2014. Piccoli, medi e grandi imprenditori italiani, cioè i creatori di ultima istanza di posti di lavoro e quindi di ricchezza, rimangono infatti tra i più tartassati nel mondo industrializzato, come dimostrano un po’ tutte le statistiche disponibili sulla pressione fiscale.
24 DIC 13
Ultimo aggiornamento: 14:53 | 20 AGO 20
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Tra “svolta generazionale” da co-intestarsi assieme a Matteo Renzi, “polemica sull’Imu” da sedare, e “impegno sulla riduzione del cuneo fiscale” da ribadire, ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, si è dimenticato ancora una volta la sorte dei “produttori” italiani. E con lui il Parlamento che sta approvando in queste ore la Legge di stabilità per il 2014. Piccoli, medi e grandi imprenditori italiani, cioè i creatori di ultima istanza di posti di lavoro e quindi di ricchezza, rimangono infatti tra i più tartassati nel mondo industrializzato, come dimostrano un po’ tutte le statistiche disponibili sulla pressione fiscale. Con il paradosso – questo sì esclusivamente italiano – che le parti sociali (Confindustria inclusa) sono quasi completamente silenti sul punto.
La riflessione di Luca Ricolfi, sociologo dell’Università di Torino ed editorialista della Stampa, è tutt’altro che ideologica o monocorde. “Io, per esempio, ho cambiato idea anche sull’Imu – dice al Foglio – All’inizio dissi che un’imposta sugli immobili non avrebbe penalizzato troppo la crescita. Poi, dopo calcoli e analisi più ponderate, ho scritto pubblicamente che quell’inasprimento fiscale si è rivelato un errore”. Ieri Letta ci ha tenuto a precisare che nel 2013 gli italiani non pagheranno l’Imu sulla prima casa (o meglio “in media pagheranno un 10 per cento della seconda rata”), e che “nel 2014 il carico fiscale sulla casa sarà inferiore al 2012”. Tuttavia, per Ricolfi, l’attenzione ossessiva al fardello fiscale sulla casa, e perfino alla pressione fiscale complessiva, alla lunga diventano “fuorvianti”.
In compenso Letta ieri si è impegnato di nuovo a ridurre il cuneo fiscale (cioè la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa al netto in busta paga), premiando in maniera equa lavoratori e imprenditori. “Ma se costruissimo un’equazione della crescita, il cuneo fiscale risulterebbe sostanzialmente ininfluente sullo sviluppo”, dice Ricolfi che sul tema pubblicherà un nuovo libro a febbraio. Si spieghi: “Ovviamente se il cuneo fiscale si riduce in maniera sensibile, la crescita sarà favorita. Ma a parità di condizioni, il fattore che spiega i diversi tassi di sviluppo dei vari paesi è l’imposta sulle società”. Più quest’ultima è bassa, più i paesi crescono. E mentre il cuneo fiscale italiano non è molto più elevato di quello di altri paesi europei, è più utile osservare che nei paesi scandinavi la pressione fiscale è elevata ma i balzelli per le società sono più leggeri di quelli italiani; risultato: la crescita è maggiore che nel nostro paese.
Secondo i calcoli della Banca mondiale sul cosiddetto Total tax rate (Ttr), ogni anno un’impresa in Italia deve restituire in media il 65,8 per cento dei suoi profitti allo stato sotto forma di tasse. La media europea è di 25 punti percentuali più bassa: 41,1 per cento. “Insisto però – dice l’editorialista della Stampa – il dato da tenere presente è soprattutto quello depurato dai contributi sociali a carico dell’impresa. Essenzialmente, nel caso italiano, la somma di Ires e Irap”. Un’aliquota complessiva di 31,4 punti percentuali sulle aziende: “Un livello di per sé alto, visto che l’aliquota nominale dovrebbe essere almeno al 25 per cento. E questo non è l’unico aspetto da considerare. Quando Prodi nel 2007 abbassò l’aliquota dell’Ires dal 33 al 27,5 per cento, aumentò allo stesso tempo la base imponibile. Insomma, oggi l’aliquota effettiva sulle imprese italiane è più alta”. Che poi “ridurre il cuneo fiscale, affinché qualcuno se ne accorga, ha un costo significativo. Ridurre in maniera apprezzabile Ires o Irap sarebbe forse più abbordabile. Basterebbe per esempio dire che soltanto le aziende in utile pagano l’Irap”.
Allora perché Confindustria non si batte semplicemente per meno tasse sulle aziende invece che per spartire un beneficio (minore) tra imprese e lavoratori? Tre sono le ragioni, secondo Ricolfi. “Innanzitutto perché la nostra classe dirigente, imprenditoriale o sindacale che sia, è legata in modo patologico al potere politico. E per tagliare in maniera stabile le tasse sulle imprese, la politica dovrebbe intaccare la spesa pubblica e quindi il proprio potere. Quasi impossibile”. Inoltre il sociologo, da sempre attento alle dinamiche del mondo produttivo, rileva una certa “codardia” nello sfidare il “politicamente corretto”: “Nessuno, nemmeno la Confindustria, vuole passare per il difensore egoistico dei cosiddetti ‘padroni’. Bisognerebbe esplicitare che solo con meno tasse sulle imprese si torna a crescera. Oggi l’interesse degli imprenditori coincide con quello della povera gente”. Infine, di questi tempi, “le parti sociali sono spesso destinatarie di messaggi dai vertici dello stato, il cui contenuto è il seguente: non bisogna disturbare e destabilizzare il governo Letta”. Quindi piano con le proposte choc in politica economica. “Pure se da qualche giorno, complice forse il ricambio ai vertici del Pd, gli imprenditori si stanno forse svegliando”, conclude Ricolfi con almeno una nota d’ottimismo.