Dove punta la bussola del Quirinale

Non occorre la sfera di cristallo dei divinatori quirinalizi per registrare il dato di fatto che Giorgio Napolitano ha smesso, da qualche tempo, di puntare sul governo di Enrico Letta come lo strumento adatto ad affrontare e sciogliere i nodi delle riforme istituzionali, che pure il capo dello stato continua a ritenere indispensabili e urgenti.
11 GEN 14
Ultimo aggiornamento: 06:18 | 17 AGO 20
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Non occorre la sfera di cristallo dei divinatori quirinalizi per registrare il dato di fatto che Giorgio Napolitano ha smesso, da qualche tempo, di puntare sul governo di Enrico Letta come lo strumento adatto ad affrontare e sciogliere i nodi delle riforme istituzionali, che pure il capo dello stato continua a ritenere indispensabili e urgenti. Napolitano ha preso atto freddamente, ne fa fede la sua osservazione in merito nel corso del discorso di Capodanno, del fallimento della procedura straordinaria di revisione costituzionale e sa bene che il ritorno a quella ordinaria fa passare l’iniziativa dal governo ai partiti. A questo punto sembra evidente che l’unica riforma attuabile in tempi ragionevoli e con un consenso parlamentare sufficiente sia la legge elettorale, e su questo unico obiettivo possibile l’azione dell’esecutivo di Letta risulta tutt’altro che propulsiva, mentre a fare da motore c’è Matteo Renzi, non più outsider ma ormai guida autorizzata del Pd. Perciò il senso della realtà, così spiccato nell’inquilino del Quirinale, lo spinge a irrigidire i confini e le distanze tra la funzione presidenziale e quella governativa, che risulta peraltro assai difficile sostenere, a causa dei pasticci incredibili di cui l’esecutivo si rende responsabile. Napolitano sa che il suo “non lungo” periodo di permanenza al Quirinale per un secondo mandato ha un senso solo se produce qualche risultato, anche minimale, sul terreno delle riforme. Ha sostenuto che i governi di ampia coalizione hanno rimediato a una situazione finanziaria difficile e all’aggressione della speculazione, ma ora che questo risultato, quali che ne siano le ragioni vere, è stato raggiunto, servono riforme economiche strutturali che sono, evidentemente, al di fuori della portata del governo di piccola coalizione.
Questo cambio di atteggiamento si legge nella differenza ormai abissale tra le sperticate dichiarazioni di vicinanza del premier al Quirinale, come si sta vicini all’ombrello quando diluvia, e viceversa i sempre più avari riconoscimenti del ruolo del governo da parte di Napolitano, sempre più spesso accompagnati da critiche anche severe: per esempio sulla gestione della decretazione. Parallelamente si avverte una certa distensione nei confronti di Matteo Renzi, che si trova oggettivamente in posizione centrale per l’avvio di una riforma elettorale condivisa e concordata con la principale opposizione parlamentare. Naturalmente questa apertura di credito al nuovo segretario del Pd è condizionata al raggiungimento effettivo di qualche risultato sul terreno delle riforme: che è poi ciò su cui Napolitano sa che sarà valutata, successo o insuccesso, l’operazione politica della sua rielezione, dopo che l’obiettivo iniziale della pacificazione è stato mancato.