Allarme sviluppo
Europa floscia, Italia ancora peggio. Tornano tutti a guardare Draghi
Una bufera di neve ha spinto il Fondo monetario internazionale ad annullare la conferenza stampa nel suo quartier generale di Washington, ma non ha fermato il flusso di nuovi dati sullo stato dell’economia mondiale, né le notizie negative per l’Italia. Il nostro paese, infatti, è l’unico tra quelli “avanzati” che si è visto limare al ribasso le stime di crescita per il 2014: il pil non salirà dello 0,7 per cento, come era stato previsto dal Fmi solo tre mesi fa, ma dello 0,6. Un’inezia statistica che però mette in allarme Via XX Settembre, soprattutto alla vigilia delle nuove previsioni della Commissione europea.

Una bufera di neve ha spinto il Fondo monetario internazionale ad annullare la conferenza stampa nel suo quartier generale di Washington, ma non ha fermato il flusso di nuovi dati sullo stato dell’economia mondiale, né le notizie negative per l’Italia. Il nostro paese, infatti, è l’unico tra quelli “avanzati” che si è visto limare al ribasso le stime di crescita per il 2014: il pil non salirà dello 0,7 per cento, come era stato previsto dal Fmi solo tre mesi fa, ma dello 0,6. Un’inezia statistica che però mette in allarme Via XX Settembre, soprattutto alla vigilia delle nuove previsioni della Commissione europea. E’ dai calcoli che faranno a Bruxelles, infatti, che dipende la possibilità di riguadagnare quel poco spazio di manovra fiscale che la Commissione ha temporaneamente sottratto al governo, non essendo totalmente soddisfatta dalla Legge di stabilità presentata a fine 2013. Per ora la Banca d’Italia prevede un pil in salita dello 0,7 per cento, il Fmi dello 0,6, mentre il governo italiano è il più ottimista con il suo 1 per cento. “Tutte le previsioni del Documento di economia e finanza sono fatte considerando un aumento del pil nominale del 2,9 per cento – dice al Foglio Mario Seminerio, economista e curatore del blog Phastidio.net – Se il pil reale aumentasse solo dello 0,6 per cento, sarà improbabile avere quest’anno un deflatore del pil che colmi tutta questa differenza. Ci allontaniamo così dall’obiettivo di un rapporto deficit/pil del 3 per cento. Inoltre peggioreranno le previsioni sulla pressione fiscale”. Senza contare che il ministero dell’Economia ha annunciato che non ci sarà “nessun taglio alle detrazioni fiscali”, come invece era previsto entro il 31 gennaio dalla Legge di stabilità, e dunque l’esecutivo punta a trovare le coperture grazie alla spending review. Tra minor crescita e maggiori risorse da reperire, gli obiettivi europei s’allontanano. “Muoversi in controtendenza” rispetto agli altri paesi avanzati e “non riformare nulla”, conclude Seminerio, ci porta dritti verso “una nuova correzione dei conti pubblici richiesta dall’Ue”.
L’area dell’euro nel complesso crescerà dell’1 per cento nell’anno in corso, scrive il Fmi, ma “la ripresa sarà generalmente più modesta nelle economie sotto stress, nonostante le revisioni un po’ al rialzo per la Spagna”. “Altrove in Europa”, sorprende il rimbalzo dell’economia inglese: il pil dovrebbe crescere del 2,4 per cento quest’anno, lo 0,6 per cento in più di quanto stimato precedentemente dal Fmi. “L’attività nel Regno Unito è stata sostenuta da condizioni più rilassate del credito e da una fiducia in aumento”. L’opposto di quanto accade in Italia dove anche il credit crunch prosegue. Nel bollettino mensile pubblicato dall’Associazione bancaria italiana (Abi), si legge: “Le sofferenze nette (cioè i crediti che riguardano clienti in stato di insolvenza, anche non accertata giudizialmente, ndr) sono risultate a novembre 2013 pari a 75,6 miliardi, le lorde 149,6; il rapporto sofferenze nette su impieghi totali è del 4,08 per cento a novembre”, mentre era a 0,86 per cento prima della crisi. Osserva poi l’Abi: “In Italia diminuisce fortemente, su base annua, la raccolta a medio e lungo termine cioè tramite obbligazioni, il che penalizza l’erogazione dei prestiti a medio e lungo termine”. Meno credito in vista, dunque, per l’economia reale.
Non è finita qui. Tra i “nuovi rischi” per le economie avanzate, il Fmi segnala “l’inflazione molto bassa”, con le conseguenze negative che ciò comporta: aumento del peso dei debiti reali, minori possibilità per le Banche centrali di intervenire sui tassi e possibile deflazione conclamata.
Crescita debole nell’Eurozona, credit crunch e rischio deflazione: per queste ragioni il Fondo monetario internazionale ha invitato la Banca centrale europea a “considerare misure addizionali”, come “la fornitura di liquidità a lungo termine, incluse misure di credito mirato, che rafforzerebbero la domanda e ridurrebbero la frammentazione finanziaria”. Per Mario Draghi, aumenta quindi il numero degli inviti a fare (ancora) di più. Gli analisti di Barclays, applicando la cosiddetta “legge di Taylor” (che valuta la politica monetaria in base a tasso d’inflazione e distanza tra pil potenziale e pil corrente), sostengono per esempio che il tasso d’interesse di riferimento praticato dalla Bce (oggi a 0,25) è sceso troppo lentamente a partire dal 2007, cioè dall’inizio della crisi. Un po’ come la Banca centrale giapponese negli anni 90, “la Bce corre il rischio di essere in ritardo nel contrastare le tendenze deflazionistiche”. I ricercatori della banca francese Natixis, in un report, osservano poi che mentre la Fed statunitense ha acquistato direttamente titoli del Tesoro in misura pari a circa il 12 per cento del pil americano, la Banca centrale europea si è fermata al 2 per cento dell’area euro. Francoforte, per ragioni statutarie e per pressioni politiche, ha preferito di fatto “subappaltare” gli acquisti di bond statali alle banche commerciali. L’approccio della Bce è però più “rischioso” nel caso di “perdite sui titoli bancari” (per aumento dei tassi d’interesse o default parziale). Meglio la via scelta dalla Fed.
Partendo da considerazioni simili sugli acquisti di titoli di stato tramite le banche commerciali private, Martin Blessing, il numero uno di Commerzbank (seconda banca tedesca), ha utilizzato la tribuna offerta domenica da Handelsblatt per imputare invece a Draghi un certo favoritismo verso i paesi in crisi. Blessing ha consigliato alla Bce maggior rigore in vista dell’Asset quality review sui bilanci bancari, dicendosi d’accordo con la Bundesbank che chiede di penalizzare i bilanci appesantiti da troppi bond statali.