Pil floscio, establishment pure peggio
Renzi mollato alla prima difficoltà. Riecco lo schema Craxi-Cav.

Il pil in calo nel secondo trimestre, dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,3 nei confronti del secondo trimestre del 2013, è un brutto segnale sulla politica italiana, che non si è fino a ora impegnata in riforme economiche incisive, a differenza della Spagna che, avendole fatte, in particolare nel lavoro, crescerà più dell’1,1 per cento a fine anno. I “gufi” non manipolano le statistiche, certo, ma le élite di questo paese non hanno fatto mancare negli ultimi anni il loro appoggio a una linea di politica economica a volte ondivaga, spesso errata. Da quando Matteo Renzi si è reso conto che l’unico modo per fare riforme istituzionali serie è un patto con Silvio Berlusconi, e soprattutto non appena la congiuntura si è dimostrata peggiore delle attese, queste élite fanno capire di essere pronte a mollarlo. Dai giornali, e non solo, cominciano a scagliarsi contro come hanno fatto con Craxi prima e con Berlusconi poi, appoggiandosi all’ala conservatrice della sinistra e ai giustizialisti. La tesi per cui occorre tassare il capitale per ridurre il carico di tributi sul lavoro, per esempio, che ha portato all’aumento della tassazione degli immobili di proprietà diffusa e della cedolare secca sulle rendite finanziarie che ricade sulle persone, è stata sponsorizzata da un establishment come quello confindustriale che mantiene ancora il patto neocorporativo con la Cgil.
Il bonus di 80 euro non ha dato finora l’effetto sperato sulla domanda, più che neutralizzato da quello negativo della tassazione delle proprietà dei ceti medi e di una parte degli stessi percettori del bonus. Fin dall’inizio, inoltre, il bonus non poteva servire per accrescere la produttività del lavoro e la competitività, ma alla nostra classe dirigente floscia piaceva come surrogato di aumenti retributivi. Parliamo degli stessi soloni che hanno avversato furiosamente i contratti decentrati di Marchionne perché incidono sulla contrattazione nazionale che dà loro un potere politico. Anche la scelta di Craxi sulla scala mobile, con il “decreto della discordia” fatto a dispetto della Cgil e della maggioranza della Confindustria di allora, indusse queste non-élite a considerarlo un incomodo. Oggi la revisione della spesa pubblica è stata di fatto bloccata, perché dal taglio di sussidi pubblici alle imprese pubbliche si può finire a quelli per le imprese private. La guerra a Berlusconi delle non-élite scroccone, miopi e codarde comporta che oggi debbano mollare Renzi. Ma per le riforme economiche Renzi può fare affidamento proprio sul Cav. che almeno cominciò a sfidare il patto neocorporativo nel 1994, e fu subito disarcionato sulla riforma delle pensioni. Da queste élite, e dai commentatori di giornale pronti a mollare i loro cavalli alla prima difficoltà, si guardi Renzi. Meglio governare e riformare davvero, anche in tandem con l’altro reietto, il Cav. Il Patto del Nazareno va esteso all’economia, la destra faccia le proposte, non si unisca ai gufi terzisti.