Soros e Koch finanziano il disimpegno americano I nemici-amici lanciano un think tank per scardinare il modello del “secolo americano”. Lo strano sodalizio tra fautori del restraint di destra e sinistra

16 DIC 19
Ultimo aggiornamento: 00:08 | 17 DIC 19
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All’inizio di dicembre è nato a Washington un nuovo think tank che si occupa di politica estera, il Quincy Institute for Responsible Statecraft. La nascita di un nuovo pensatoio nella capitale americana, luogo naturale dei centri studi che informano e orientano la politica, non è di per sé una notizia. L’elemento di novità è che il Quincy Institute è un’istituzione a rappresentanza trasversale che si propone di cambiare il paradigma di riferimento della politica estera americana. Il piano non consiste già nel rafforzare e dare voce a una delle parti che discutono su quale dovrebbe essere il ruolo e la postura dell’America negli affari globali, ma ambisce a ripensare la cornice concettuale entro cui il dibattito si articola, superando quello che a dire dei fautori dell’istituto è un consenso di fondo che ha dominato negli ultimi decenni l’establishment politico, diplomatico, militare e accademico che si occupa di politica estera. Repubblicani e democratici hanno proposto variazioni sul tema comune dell’egemonia globale americana, il “secolo americano” descritto per la prima volta da Henry Luce, insistendo ora sul tratto esplicitamente militaristico, ora sull’esportazione della democrazia liberale con strumenti diplomatici, ora sul mantenimento dell’ordine globale con mezzi militari ad alto contenuto tecnologico e minore impatto, ora su mercato e libero commercio come forze trainanti dell’espansione dei valori americani.
La premessa su cui nasce l’istituto è che queste non sono che interpretazioni leggermente divergenti di una concezione sulla quale vige un sostanziale consenso, espresso a vario titolo dall’amministrazione Reagan che ha combattuto “l’impero del male”, dal George H.W. Bush del “nuovo ordine mondiale”, dall’internazionalismo liberal di Clinton, dalla guerra al terrore di George W. Bush e dalla guerra dei droni di Obama. L’istituto nasce per mettere in discussione la premessa bipartisan e per generare “idee che spostino la politica estera americana lontano dalla endless war e verso una vigorosa diplomazia che persegua la pace internazionale”, come recita il documento fondativo del nuovo centro studi. Gli istituti di impronta isolazionista non sono mai mancati a Washington, che prima della Seconda guerra mondiale aveva una solida tradizione del genere “America First” maldestramente rilanciato da Donald Trump, ma sono stati per lo più sparute espressioni di correnti minoritarie: il Cato institute sostiene il disimpegno americano da posizioni libertarie, mentre il Center for the National Interest, fondato da Richard Nixon nel 1994, è un piccolo collettore di esponenti della dottrina realista che diffonde le sue idee attraverso la rivista The National Interest. Il Quincy Institute si propone di far emergere la questione del disimpegno americano dalla nicchia per rimetterlo al centro della scena pubblica, e per farlo ha fatto convergere i fondi di George Soros e quelli di Charles Koch, sommi finanziatori di cause progressiste e conservatrici che si ritrovano a uniti a proposito necessità di cambiare radicalmente l’atteggiamento tenuto dalla superpotenza mondiale nella gestione degli affari globali. Da mesi si parla del matrimonio eterodosso che unisce il finanziere simbolo del progressismo internazionalista, ossessione di ogni teorico del complotto che (non) si rispetti, e la famiglia americana che più di ogni altra ha contribuito a sostenere la causa del partito repubblicano, con l’eccezione notevole di Trump, inviso a David Koch, il più politicamente attivo dei fratelli di Wichita, scomparso qualche mese fa.
Il progetto sostenuto in coabitazione dalle fondazioni di personaggi che dovrebbero rappresentare sensibilità, elettorati e mondi radicalmente contrapposti, non può che suscitare curiosità. Ai più attenti non è sfuggito che Soros e Koch collaborano già su progetti per l’assistenza ai veterani e il contrasto all’incarcerazione di massa, ma il Quincy Institute è la più rilevante delle operazioni congiunte proprio perché si propone di rovesciare una serie di assunti ampiamente accettati nella comunità di politica estera di Washington. E forse è più corretto dire che il centro studi intercetta e tenta di organizzare in coro una serie di voci fin qui indipendenti e minoritarie, scommettendo sul fatto che la sensibilità che esprimono sia più estesa e diffusa di quanto si creda. Questa sensibilità emergente, in contrasto con il paradigma che ha segnato una stagione, è il pensiero dominante di questa settimana. Il tempo dirà se è soltanto una nuova bolla che si aggiunge a quell’universo di monadi incomunicabili che è Washington oppure è il segnale di una linea di pensiero che si fa largo fra le trincee del dibattito politico, ma intanto il Quincy Institute attira certi ambienti conservatori, quello dei nazionalisti paleocon in stile Pat Buchanan e dei libertari isolazionisti, e stimola la sinistra radicale che è in tensione con il vecchio modello internazionalista, giudicato un infingimento per nascondere un dominio imperialista. E’ un ponte istituzionale tra due mondi lontani che talvolta si lanciano segnali ammiccanti. In mezzo c’è la colossale confusione della politica estera trumpiana, che un tempo ha promesso un riorientamento dei rapporti internazionali nel segno del realismo – faccenda potenzialmente interessante per i quincyani di destra e sinistra – ma nei fatti ha prodotto una congerie scomposta di azioni e inazioni dettate dalle passioni umorali dell’incontenibile ego social del presidente, non da individuabili principi di politica estera. Il nume tutelare dell’iniziativa è John Quincy Adams, che prima di essere eletto presidente nel 1825 è stato segretario di stato con un ruolo di peso nel formulare la Dottrina Monroe. I teorici del ritiro e della moderazione americana amano citare un passo di un suo discorso al Congresso nella festa per l’indipendenza del 1821 (e di cui pubblichiamo uno stralcio in questa pagina): l’America “non va in giro per il mondo a cercare mostri da distruggere”. Secondo Andrew Bacevich, storico militare che è stato scelto come presidente dell’istituto, quel motto è ancora valido, anche se il mondo è cambiato. Nella presentazione del think tank, Bacevich, che ha perso un figlio in Iraq nel 2007, ha spiegato che il pensatoio non porta avanti il verbo isolazionista (“Crediamo che gli Stati Uniti debbano essere impegnati a livello globale con iniziative che promuovono la pace, non la violenza e l’instabilità”) e non è un covo di anti-militaristi (“siamo a favore di un apparato militare organizzato per proteggere gli interessi vitali del paese). Al centro del programma dell’istituto c’è il restraint, termine che unisce moderazione, prudenza e contenimento. E’ questa ponderata cautela che unisce intellettuali diversi come Max Abrahams e Joshua Landis, Steve Walt e Gary Sick, Samuel Moyn e Barnett Rubin, federati sotto le insegne di Soros e Koch.