Ed eccoci al bivio tra due governi che fanno ridere e il voto che fa piangere

25 AGO 19
Ultimo aggiornamento: 00:11 | 26 AGO 19
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Quando il Truce minacciò di prendersi il paese con i pieni poteri sembrò naturale che non gli fossero dati, l’uno e gli altri. Per decenza, e per senso della storia. Uno che in Parlamento ha il 17 per cento, e che vola nei sondaggi e alle europee perché fa il bullo da un Viminale di spiaggia, dove esercita il doppio ruolo inaudito di caporione di partito e ministro della forza e non mette praticamente piede usandolo per intemerate e comizi, è meglio che vada all’opposizione a leccarsi le ferite che si autoinfligge con le sue losche provocazioni. Il voto subito, in questo caso mito per gli allocchi che non sanno che cosa sia un ribaltone, e cianciano di parola al popolo quando la formula sa di presa di potere di un uomo solo, mentre non dissero “al voto! al voto!” quando si trattava di ristabilire le regole del maggioritario, è un piegare la schiena al prepotente, peggio, è un cedimento all’ineluttabilità della prepotenza che una quasi certa maggioranza di italiani prenderebbe al volo come un segnale di rassicurazione e di servaggio, un plebiscito in circostanze emergenziali un anno e poco più dopo le elezioni nazionalpopuliste del 4 marzo 2018.