Vento sulle bandiere

24 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 11:40
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A voler vedere bene sembra finita la stagione dei calciatori che fanno tappezzeria, come le ragazze bruttine alle feste degli adolescenti (quando per fortuna si socializzava con i lenti e non con i social). Il calciatore messo lì per lo sponsor, la Fondazione della società, i tifosi, la comparsata in tv senza trappola ormai sta passando di moda. Resistono Franco Baresi e Javier Zanetti, le bandiere di Milano. Franco è brand ambassador e va benissimo. I tifosi ancora impazziscono per una foto con lui. Ci ha provato a fare il ds al Fulham, ha resistito 81 giorni, ha capito che non era il mestiere per lui. Ci ha provato anche ad allenare la Primavera, ha capito che non era per lui. Bravo a riconoscere i suoi limiti come era bravissimo a chiudere i buchi nella difesa degli Immortali. Zanetti è ancora vicepresidente nerazzurro, ma il suo ruolo non è molto diverso da quello di Baresi. Ha studiato, si è applicato, ma poi ha preferito restare un po’ defilato, ininfluente sulle scelte della società. Quello che Totti non ha voluto fare. Lui il ruolo del direttore tecnico voleva interpretarlo per davvero, anche se forse avrebbe dovuto rendersi conto che in certi ruoli non basta essere stati dei grandi, dei grandissimi. Alle bandiere, abituate ad avere avuto tutti ai loro piedi, spesso manca l’umiltà di ricominciare la vita senza la maglia sulla pelle, scordandosi che fuoriclasse si nasce, ma grandi dirigenti si può anche diventarlo. A Monaco ne sanno qualcosa perché al Bayern i vari Hoeness e Rummenigge li hanno messi a studiare prima di promuoverli. A Barcellona Abidal, il terzino sopravvissuto a un tumore al fegato, ha cominciato a fare il dirigente e ora è diventato direttore sportivo. E il fatto che lo abbia cercato anche il Psg depone a suo favore, ma Abidal non è proprio una bandiera come Xavi, Iniesta & c. In attesa che Piqué diventi presidente, visto che sta già studiando da manager. Al Real Butragueño è ambasciatore. È il volto del Real ai sorteggi Uefa e in mille altre occasioni. Ma le decisioni sul futuro non spettano a lui. È l’erede di Gento, ormai ottantacinquenne e di quello che un tempo era stato Di Stefano. Bandiere da esposizione e spesso da esportazione. Proprio quello che Totti non voleva fare. Ma per crescere, per diventare dirigenti veri, bisogna studiare. C’è poco da fare.
In Italia l’esempio di bandiera diventato dirigente è Pavel Nedved. In giacca e cravatta, ma con le sneakers ai piedi mentre accompagna Sarri nella prima visita guidata a Vinovo. Anche se c’è chi dice che Nedved è più un grande ex che una vera e propria bandiera. Non è stato Del Piero, non è stato Buffon per la Juve. Ma nove anni, 247 partite, un pallone d’oro, bastano a farlo sventolare, anche perché scegliendo la Juve, ha stracciato un’altra bandiera che avrebbe potuto rappresentare: quella laziale. Dopo i suoi 9 anni da giocatore è entrato nel cda e ha cominciato a studiare. Per tre anni è stato un consigliere semplice, ovviamente con una parola in più da spendere nell’area tecnica, ma intanto ha cominciato a masticare i bilanci, a presenziare alle riunioni, a capire che cosa c’era fuori dallo spogliatoio. Il tutto stringendo sempre di più il rapporto con Fabio Paratici. Perché essere amici del presidente, oltre che bandiere, non basta. Nedved ha studiato, si è diviso tra ufficio e campo dove da sempre rappresenta gli occhi di Andrea Agnelli. Anche perché una cosa è fare un’osservazione tecnica a un giocatore se sei Nedved, un’altra se sei Paratici o Marotta. Dal 2015 poi è diventato vicepresidente. Non di rappresentanza, ma di sostanza. Paratici è il chief football officer e lui lo affianca, ascoltato e stimato. Quello che avrebbe voluto essere Totti. Ascoltato e apprezzato, non solo sui comunicati. Le bandiere rappresentano l’identità, la storia, la memoria. Sono imprescindibili in un mondo che perde i valori troppo in fretta. Ma devono anche saper rispettare la loro storia e soprattutto saper usare il loro valore per tramandarla. Non sempre ci riescono. E non sempre è colpa di chi le brucia.
Umberto Zapelloni