Duecento opere di Hokusai a Roma. La mostra a Palazzo Bonaparte

Da “La grande onda di Kanagawa” alle xilografie dei fantasmi, l'artista giapponese porta nell’arte il mondo fluttuante della sua terra: colori intensi, volti deformati, corpi in movimento e una modernità attraversata dal mistero del passato

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16 MAY 26
Immagine di Duecento opere di Hokusai a Roma. La mostra a Palazzo Bonaparte

La grande onda di Kanagawa (foto Ansa)

“Sono le onde”, ha scritto David Foster Wallace in ‘La ragazza dai capelli strani’ “a impedire che i mari siano semplicemente delle enormi pozzanghere. I mari sono fatti soltanto dalle loro onde”. Nella cultura giapponese, le onde rappresentano la trasformazione continua, il moto, e la sfida posta all’uomo dalla vastità della natura nel nome dell’impermanenza. Il Giappone è d’altronde isola circondata da mari che sono stati, al tempo stesso, sua salvezza nell’epoca delle tentate invasioni, e spesso rovina dei suoi abitanti naufragati durante la navigazione e la pesca. E proprio un’onda è l’opera iconograficamente più potente e conosciuta di Katsushika Hokusai, il cui genio artistico è in mostra fino al 29 giugno 2026 a Palazzo Bonaparte a Roma: si tratta di oltre duecento opere del celebre artista nipponico, nato a Edo, l’antica Tokyo, nel 1760 e morto nel 1849, tutte provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia. ‘La grande onda di Kanagawa’ è opera matura e che avrà vastissima influenza sull’arte occidentale, parte integrante di una serie di xilografie dal significativo titolo di ‘Le trentasei vedute del monte Fuji’, pubblicate a far tempo dal 1830 in Giappone. Ispirerà le opere di Edgar Degas, Vincent van Gogh, Émile Gallé, musicisti come Claude Debussy che ne farà pietra angolare per la sua La Mer e userà l’illustrazione come copertina della partitura.
In quell’onda, così potente e suggestivamente altro rispetto la fisionomia monumentale del monte Fuji, si registra la spina dorsale dei contrasti che popolano la cultura giapponese, di cui Hokusai sarà sommo interprete nel corso della sua vita e della sua altrettanto lunga carriera. Iniziata questa come aiutante, giovanissimo, di un incisore che nel cuore della sua bottega inizia il ragazzo all’arte della raffigurazione grafica. Tre anni dopo, Hokusai diviene allievo di Katsukawa Shunshō, uno dei maestri della scuola Ukiyo-e, una tipologia di pittura che diventerà simbolo iconografico perfezionato del Giappone: arte del mondo fluttuante, di questo moto continuo, accelerato e che sospinto sin nel ventre della iper-modernità continuerà ad affascinare gli occidentali in visita. Le serie di Manga di Hokusai e la pittura Ukiyo-e saranno, per gli artisti occidentali, un canone epifanico di purissima liberazione: l’uso esplodente dei colori, densi, avvolgenti, pastosi, lo studio del corpo, la prossemica e soprattutto le espressioni del volto, così de-formalizzate rispetto le scuole occidentali. In quell’arte appaiono contorsioni, smorfie, sguardi stranianti e spettrali, capaci di incutere nell’osservatore un senso profondo di febbrile passione e di inquietudine. E, soprattutto, si respira la partecipazione totalizzante del soggetto che osserva all’opera, nella assenza di prospettiva determinata dalla postura bidimensionale. Un lavacro dentro cui ci si immerge in maniera totalizzante ed esplodente, divenendo parte del tutto.
‘Hokusai’, nome d’arte assunto nel 1797, dopo la perdita della prima moglie, indica lo ‘studio della stella polare’. Nella lunga vita artistica di Hokusai vi è tutto il Giappone, colto nel passaggio verso la modernità industriale, ma desideroso, del pari, di continuare a confrontarsi con la consistenza misterica del proprio passato e della propria cultura. Le grandi xilografie dei Fantasmi, ad esempio, riprendono e rielaborano i mitemi di spettri e di figure mostruose che da sempre costituiscono caratterizzazione saliente del Giappone. Nella grandezza abbacinante delle opere di Hokusai si riflette il senso di quanto Roland Barthes consigliava nel suo ‘L’impero dei segni’, parlando dell’approccio dell’occidentale che visita il Giappone e che si confronta con una cultura e un mondo per molto tempo idealizzati e ‘orientalizzati’: andrebbe osservato tutto in uno stato quasi zen di serafica disperazione, come se dietro quella bellezza non vi fosse che la quiete assoluta del nulla, quel nulla col quale alla fine ci congiungeremo.