Arte
fauna d'arte •
L’arte come soglia. Nicol Vizioli fotografa il confine tra apparizioni e materia, tra vivi e morti
Dopo anni di silenzio espositivo, l'artista romana torna con una nuova mostra e un nuovo linguaggio. Un viaggio tra corpo, memoria e figure che emergono da una zona liminale. Il desiderio di spingere l’immagine oltre i suoi limiti tradizionali
13 GIU 26

Nome e cognome: Nicol Vizioli
Luogo e anno di nascita: Roma, 1982
Gallerie di riferimento e contatti social:
Galleria: Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milan, IT
L'intervista
Com’è organizzata la tua giornata?
Negli ultimi anni mi è stato difficile stabilire una routine che rimanesse costante, a causa di una certa tendenza nomadica che ha caratterizzato la mia vita. Ho tuttavia una struttura e alcune abitudini che scandiscono inevitabilmente i miei giorni. Tra queste, la più importante è camminare. Cammino moltissimo. Per me il cammino è la più alta forma di meditazione e un momento imprescindibile, generalmente al mattino. È il mio modo di percepire il mondo e di abitarlo. Tutto nasce da lì: osservazioni, incontri e molto spesso anche le idee che danno origine al lavoro.
Poi vado in studio. Generalmente trascorro la prima parte della giornata da sola; ricerca, lettura, scrittura, lavoro al computer. Dal pomeriggio in poi c’è generalmente un confronto diretto con gli altri; amici e colleghi con cui discutere idee, progetti e collaborazioni. Questi momenti sono necessari quanto la solitudine.
Naturalmente tutto varia a seconda dei periodi e dei progetti in corso. Inoltre, la mia attività di docente mi mette spesso quotidianamente in contatto con molti giovani creativi, un tempo e dialogo che considero essenziale e che scandisce il tempo in maniera diversa.
A che cosa stai lavorando?
Dopo alcuni anni di una lunghissima pausa, ho appena inaugurato una mostra personale a Milano presso la galleria Mimmo Scognamiglio, ed è stato molto emozionante.
Ho presentato fotografie, video e sculture: opere realizzate con la tecnica dell’encausto, grandi collage fotografici creati in camera oscura con emulsione liquida, un’installazione video e per la prima volta una serie di sculture in bronzo. Non si tratta di una ripresa del lavoro precedente, ma di qualcosa di completamente nuovo: una forma diversa di presenza, un dialogo profondo con il processo.
Attualmente m’interessa la fenomenologia dei materiali e dello spazio, e il quel territorio ambiguo tra vuoto e pienezza, assenza e presenza, che appartiene tanto al lavoro quanto, prima di tutto, alla mia esperienza degli ultimi anni. Mi interessano l’apparizione, la visione sfocata, le figure in attraversamento, le immagini che sembrano emergere da una zona incerta. Mi interessa trovare nuovi modi di rappresentare un’immagine.
Per molto tempo ho desiderato spingere il linguaggio fotografico (il mio linguaggio principale) oltre i suoi confini, mettendone alla prova i limiti fisici, percettivi e concettuali. Ho lavorato in camera oscura, ma soprattutto ho iniziato a lavorare con il fuoco e la cera attraverso l’encausto, che mi ha investita completamente, perché permette all'immagine di esistere contemporaneamente come corpo, superficie e apparizione. Allo stesso modo mi hanno affascinata le fusioni in bronzo a cera persa, il rapporto profondo con la fisicità e con la trasformazione alchemica. Mi interessa sempre di più lavorare con il video, per la sua capacità di lavorare con il tempo e la memoria.
Nei tuoi lavori sembra esserci spesso un confine fragile tra umano e animale: ti interessa superarlo, abitarlo o altro ancora?
Abitare questo confine significa, per me, avere accesso a quella regione dell'esperienza in cui il linguaggio arretra e la presenza torna a essere sufficiente.
È un luogo necessario. Mi interessa entrare in contatto con una dimensione più arcaica, istintiva e non verbale dell’esistenza, in cui l’animale in questo senso diventa quasi un iniziatore.
La sua presenza è sempre rivelatrice: mi mette di fronte a una realtà che precede ogni costruzione culturale, riportandomi alla vulnerabilità del corpo, all’imprevedibilità del reale e a un confronto diretto con l’innocenza e la ferocia della natura.
La sua presenza è sempre rivelatrice: mi mette di fronte a una realtà che precede ogni costruzione culturale, riportandomi alla vulnerabilità del corpo, all’imprevedibilità del reale e a un confronto diretto con l’innocenza e la ferocia della natura.
Lavoro spesso con animali ma non si tratta mai di una scelta stilistica, l’animale non è un simbolo né un’allegoria: non rimanda ad altro da sé. È corpo, materia, energia. La sua presenza assoluta sospende il linguaggio e l’interpretazione, e apre una soglia in cui il senso non precede più l’esperienza, ma la segue.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Appunto il mondo animale, la dimensione sacra e remota dell’infanzia, Roma, la mia città natale, e la mia famiglia continuano a essere il nucleo da cui prendono forma molte delle immagini e delle domande che attraversano il mio lavoro. Ho spesso l’impressione che tutto ciò che incontro finisca per ricondurmi lì, a quel centro originario e universale.
Mi nutro di tante cose e tanto diverse tra loro, che immagino come delle medicine di cui all’occorrenza prendo una dose: letteratura, cinema, musica, filosofia, racconti tramandati e storie ascoltate per caso.
Ci sono artisti che ammiro e a cui torno ciclicamente tra cui Hans Josephsohn, per la sua capacità di fare della materia una presenza umana essenziale; Koudelka e Iturbide; Brancusi; Pierre Huyghe, e il suo modo di concepire l’opera come un sistema aperto e vivente; Rosa Barba. Un incontro particolarmente importante è stato quello con Romeo Castellucci, con cui ho avuto il privilegio di lavorare nel 2024: un’esperienza che ha trasformato il mio modo di pensare le immagini e la presenza.
William Faulkner e László Krasznahorkai hanno influenzato il mio modo di percepire il tempo e la memoria. Lo stesso vale per il cinema, che ho studiato e che considero una forma d’arte essenziale: Pasolini, Fellini, Kurosawa, Cassavetes, la radicalità di Béla Tarr. Di recente la poesia persiana, per il modo in cui intreccia simbolo, trasformazione e mistero.
Sul piano teorico, continuo a confrontarmi con il pensiero di Deleuze e con gli studi di Mircea Eliade. Più in generale, direi che mi interessa tutto ciò che indaga le relazioni tra esseri umani, materia, mito e rituale: le forme attraverso cui le comunità costruiscono significato e mantengono un legame con ciò che le trascende.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Credo che l’arte debba creare spazi vivi e pulsanti, capaci di accogliere l’imprevedibile. Luoghi in cui possa accadere qualcosa di autentico, magico, tanto per chi crea quanto per chi osserva.
In un mondo sempre più frammentato, penso all’arte come a un santuario della vulnerabilità e della connessione. Anche quando assume la forma di un gesto profondamente individuale, la considero un tentativo di riconoscere la nostra comune fragilità umana e, forse, di cercare una forma di riconciliazione. In questo senso, la pratica artistica possiede per me una dimensione quasi religiosa: è un atto sacro, capace di mettere in relazione il visibile con l’invisibile.
La mia visione dell’arte non è mai stata soltanto formale: è profondamente legata all’esperienza del sentire, a qualcosa che precede il pensiero e di cui spesso non conosciamo l’origine.
Per me la sua funzione è proprio questa: rendere percepibile ciò che normalmente resta nascosto, offrendo un luogo in cui l’esperienza individuale possa innalzarsi e trasformarsi in qualcosa di condiviso.
Per me la sua funzione è proprio questa: rendere percepibile ciò che normalmente resta nascosto, offrendo un luogo in cui l’esperienza individuale possa innalzarsi e trasformarsi in qualcosa di condiviso.
Quanto conta il corpo come presenza fisica e quanto invece come simbolo o apparizione?
Il corpo è sempre stato al centro della mia ricerca. Non soltanto il corpo umano (o animale), ma l'idea stessa di corporeità: il modo in cui ogni essere, ogni immagine e persino ogni luogo occupa il mondo, lo attraversa e ne porta le tracce.
Lavoro principalmente con processi analogici, il mio rapporto con l'immagine è dunque profondamente fisico. Mi interessano la sua materialità e la sua fragilità, il fatto che conservi le impronte del tempo e dell'errore. In un'epoca in cui le immagini tendono a smaterializzarsi, continuo a sentire il bisogno di confrontarmi con la loro presenza irriducibile.
Il corpo non è mai soltanto materia. Mi interessa ugualmente il momento in cui trascende e diventa soglia: un'apparizione. Non intendo l'apparizione come simbolo o allegoria, ma come esperienza. La concretezza del corpo ci riporta al reale; l'apparizione, invece, ne incrina le certezze. Credo che gran parte del mio lavoro si muova proprio in questa tensione: tra ciò che è tangibile e ciò che non lo è, tra la gravità della presenza e una sorta di leggerezza della visione.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Non credo di aver mai fatto altro, e forse non credo nemmeno di averlo scelto.
La pittura è stata il mio primo amore: da bambina disegnavo e dipingevo senza sosta. Mio padre era fotografo e un giorno mi regalò una vecchia macchina fotografica; all’epoca non lo vissi come un momento decisivo, ma come un'altra possibilità di osservare. Suo fratello Mauro, mio zio, era mimo, scultore, burattinaio, trampoliere. È stato e sarà sempre una delle mie influenze più forti: mi ha insegnato il coraggio dell’essere artista.
All’università ho studiato Arti Visive e Cinema a Roma, e in quegli anni avevo un piccolo studio dove trascorrevo gran parte del mio tempo a disegnare, dipingere e fotografare. Allo stesso tempo ero profondamente attratta dall'immagine in movimento e dalle possibilità narrative del cinema.
A un certo punto, però, quella molteplicità è diventata dispersione. Ero giovane e ho sentito il bisogno di concentrarmi su un solo mezzo per dare forma a una voce più definita. Così scelsi la fotografia, ottenni una borsa di studio e mi trasferii a Londra, dove completai un Master alla UAL.
Per oltre quindici anni la fotografia è stata il terreno principale della mia pratica, dove ho costruito il mio sguardo e le fondamenta della mia ricerca.
Negli ultimi anni, però, quel rapporto si è trasformato; non direi che la fotografia sia terminata per me, ma che ha certamente esaurito la sua centralità. Ho iniziato a muovermi verso altri linguaggi, il film, la scultura, l’installazione, lasciando che possa ora essere ogni progetto a indicare la propria forma. Mi interessa seguire le necessità del lavoro, imparare cose nuove.
Credo che essere un artista abbia poco a che fare con il mezzo che si utilizza o dal lavoro manifestato.
È piuttosto un modo di attraversare il mondo, di percepire l’esperienza dell’essere in vita.
È piuttosto un modo di attraversare il mondo, di percepire l’esperienza dell’essere in vita.
Yoko Ono dice ‘I thought Art was a verb, not a noun’.
Quando costruisci un’immagine, segui prima una sensazione fisica o una visione mentale?
Le due cose procedono spesso insieme.
L’immagine è, in un certo senso, una specie di trauma visivo, di urto: un’apparizione che precede il significato, qualcosa che si impone prima ancora di diventare pensiero. È una presenza che arriva nel corpo prima che nella mente, e che solo in un secondo momento prova a trasformarsi in significato. A volte nasce da un equilibrio instabile tra calcolo e caso.
A volte è un suono, un crampo, un colore.
A volte è un suono, un crampo, un colore.
Non c’è necessariamente qualcosa di psicologico nell’immagine. Non è un oggetto da interpretare in senso immediato, ma una ‘presenza’ da riconoscere quando emerge. Si tratta, piuttosto, di essere in grado di vederla e di provare ad afferrarla, o forse a evocarla, sapendo che non le si può mai dare una forma definitiva.
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lo studio è rifugio, tana, tempio. Prima ancora che un luogo, secondo me è una sensazione. Come il concetto di casa, che non è mai fisico.
Non coincide necessariamente con il posto in cui il lavoro accade, anche se per me avere uno spazio materiale in cui poter letteralmente costruire, distruggere, sperimentare fisicamente rimane essenziale.
Non coincide necessariamente con il posto in cui il lavoro accade, anche se per me avere uno spazio materiale in cui poter letteralmente costruire, distruggere, sperimentare fisicamente rimane essenziale.
Lo studio è a volte soprattutto il luogo in cui tornare dopo aver attraversato il mondo, anche solo dopo una passeggiata o un incontro, per fermarsi e ascoltare. Altre volte lo studio è dove il lavoro si manifesta nella sua forma fisica. Qualsiasi ruolo assuma lo spazio, per me è fondamentale che ci sia. E, nel mio caso, che sia luminoso e che abbia delle grosse finestre!
Le opere
È la mia ultima mostra ospitata presso Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea. Include fotografie, video e, per la prima volta, sculture in bronzo. Le opere nascono da una ricerca sulla percezione, l’oscurità e l’apparizione, sviluppata durante una residenza in Islanda. Attraverso tecniche fotografiche antiche, emulsioni liquide ed encausto, ho creato una serie di sperimentazioni materiche, immagini che esplorano il rapporto tra presenza e assenza, memoria e trasformazione e appunto apparizione.
Le sculture e l’uso della cera richiamano a reliquie e tracce di presenze passate, cosi come il video. Una visione offuscata, un attraversamento.
Veduta della mostra In the Half-Light / Forms of Apparition
Solo show
Maggio - Luglio 2026
Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano
©Nicol Vizioli
Solo show
Maggio - Luglio 2026
Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano
©Nicol Vizioli
Fotografia trattata con la tecnica dell’encausto e sigillata nella cera; lavorare con questo processo per me ha assunto una qualità quasi devozionale. La visione offuscata, la mancanza di chiarezza, diventa uno spazio di percezione intensificata, in cui affiorano bagliori e le apparizioni si fanno possibili. Un modo di entrare in relazione con il mondo attraverso l’intuizione, la memoria e altre forme di conoscenza non visive.
Cathedral
Stampa ai sali d’argento, cera, damar, pigmenti su tavola 110 cm x 110 cm x 150 mm
2026
Da In the Half-Light/ Forms of Apparition
Stampa ai sali d’argento, cera, damar, pigmenti su tavola 110 cm x 110 cm x 150 mm
2026
Da In the Half-Light/ Forms of Apparition
Una serie di apparizioni.
Apparizione III, Apparizione IV, Apparizione V
Stampa ai sali d’argento, cera, damar, pigmenti su tavola 30 cm x 30 cm x 180 mm 20 cm x 30 cm x 180 mm
30 cm x 30 cm x 180 mm
2026
Stampa ai sali d’argento, cera, damar, pigmenti su tavola 30 cm x 30 cm x 180 mm 20 cm x 30 cm x 180 mm
30 cm x 30 cm x 180 mm
2026
Custode, apparso in sogno.
I came here to listen to you
Stampa a emulsione liquida su carta da acquerello, montata su cartoncino, su tavola
50 cm x 70 cm
2026
Stampa a emulsione liquida su carta da acquerello, montata su cartoncino, su tavola
50 cm x 70 cm
2026
Considero questo lavoro il cuore della mia ricerca attuale: un tentativo di rendere tangibile l’invisibile, esplorando il confine tra presenza e assenza, tra i vivi e i morti. Realizzato durante una residenza invernale in Islanda, nasce da un’esperienza che ha trasformato il mio modo di percepire la luce e la solitudine: nell’oscurità ho scoperto nuove intensità della luce e, nell’isolamento, l’emergere di presenze invisibili ma profondamente vive. Credo che questa percezione richieda una particolare apertura, una sensibilità amplificata, quasi una forma di digiuno interiore. Lì si sono manifestati tutti i miei fantasmi :)
Untitled #13/ Father, 2026
video
Colore, 05:06 min
Still da video + Veduta dell’istallazione presso Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano
©Nicol Vizioli
video
Colore, 05:06 min
Still da video + Veduta dell’istallazione presso Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano
©Nicol Vizioli
Light of Light è una raccolta di ritratti realizzati con la tecnica del collodio umido su lastra metallica, un procedimento fotografico risalente al 1950, che esploro dal 2017.
Le immagini sembrano sospese in una dimensione liminale, cristallizzate tra presente e passato, tra vita e morte. Questa ricerca intreccia l’indagine sul soggetto con gli aspetti più materici e artigianali della fotografia. Ogni lastra è un originale unico e irripetibile, il cui esito conserva sempre una forte componente di imprevedibilità. Mi interessa molto la lentezza intrinseca del processo, che davvero richiede tempo e
partecipazione, creando le condizioni per una relazione più profonda con il soggetto e per una piena immersione nel momento presente.
Per me, il collodio umido rappresenta l’espressione più autentica della fotografia lenta.
Nazzareno
da Light of Light
Lastra al collodio umido, tintype 4"'x 5" / 10.2 x 12.7 cm
(2017 - attuale)
da Light of Light
Lastra al collodio umido, tintype 4"'x 5" / 10.2 x 12.7 cm
(2017 - attuale)
Quattro Movimenti: A Study on Scelsi è una risposta cinematografica al visionario Trio per archi di Giacinto Scelsi, nata dalla collaborazione tra la London Contemporary Orchestra e me.
Girato nell’arco di un solo fine settimana in Islanda, il film costruisce una terra alternativa: un luogo puro ed essenziale, dove la Natura si manifesta nella sua forma più primordiale. La musica mantiene una tensione costante che non giunge mai a una vera risoluzione; il tempo e lo spazio sembrano sospesi, mentre le immagini assumono il carattere di archetipi.
L’opera è stata presentata come un’installazione immersiva a 360° sulla Curtain Wall progettata da Ron Arad presso la Roundhouse, Londra, accompagnata da una performance dal vivo della London Contemporary Orchestra.
Quattro Movimenti: A Study on Scelsi è il mio primo lavoro film.
Quattro Movimenti: A Study on Scelsi
video
Colore, 05:06 min
Stills da video ©Nicol Vizioli
2020
video
Colore, 05:06 min
Stills da video ©Nicol Vizioli
2020
Il lavoro consiste in un film della durata di 30 min, tra documentario e fiction ed una ricerca fotografica di 3 anni (principalmente analogico - 6x6 e 35 mm),
Si tratta di un lavoro sulla Sardegna, in particolare su un rituale pagano che accade a Lula, remoto villaggio della Barbagia, in occasione del carnevale. Il rituale prende il nome di Su Batiledhu (da battile - 'il pazzo' - che incarna Dioniso stesso, dio della natura selvaggia, forza vitale primordiale e incontrollabile). Incentrato sul sacrificio e sulla crudeltà, è la celebrazione di un universo fatto di istinti e gesti, di corpi che si incontrano e si trasformano. Un mondo oscuro, dove uomini e bestie si muovono allo stesso ritmo, dove la natura è onnipresente e dura... e dove l'uomo, attraverso un ciclo di morte e rinascita, il sacrificio e infine l'estasi, tenta la riconnessione con l'assoluto naturale.
Batiledhu
C-Type fotografia Medio formato 6x6
2023
C-Type fotografia Medio formato 6x6
2023
Still dal film Su Batiledhu, girato in Sardegna nel 2023.
Batiledhu
Film
Colore, 30:00 min
Still da film
2023
©Nicol Vizioli & Laura Delle Piane
Film
Colore, 30:00 min
Still da film
2023
©Nicol Vizioli & Laura Delle Piane
David
Twins
dalla serie An Opening Song
C-Type fotografia
100 cm x 100 cm
anno 2018
Twins
dalla serie An Opening Song
C-Type fotografia
100 cm x 100 cm
anno 2018









