Garibaldi da buttare

Marina Valensise

Che ce ne facciamo del Risorgimento? Siamo sicuri che il Risorgimento liberale non sia imparentato con il fascismo? Uno storico dell'Università di Pisa, Alberto Maria Banti (53 anni), sta mettendo in crisi i festeggiamenti per il Centocinquantenario. Con un'antologia di testi (“Nel nome dell'Italia”, editore Laterza) intende dimostrare quanto sia lontano, posticcio e polveroso il Risorgimento.

    Che ce ne facciamo del Risorgimento? Siamo sicuri che il Risorgimento liberale non sia imparentato con il fascismo? Uno storico dell'Università di Pisa, Alberto Maria Banti (53 anni), sta mettendo in crisi i festeggiamenti per il Centocinquantenario. Con un'antologia di testi (“Nel nome dell'Italia”, editore Laterza) intende dimostrare quanto sia lontano, posticcio e polveroso il Risorgimento, e quanto controversa l'idea di nazione che esso veicolò fin dentro il ventennio mussoliniano. “Se vogliamo capire cosa celebriamo, facendo del Risorgimento uno dei miti fondativi della Repubblica, dobbiamo conoscere le strutture elementari del discorso nazionalistico e stabilire poi se davvero fanno ancora al caso nostro”, dice il professore ironizzando sui proclami ridondanti di Garibaldi, sugli appelli in lingua aulica del cattolico Gioberti, sulla monarchia autoritaria suggellata dallo statuto albertino.

    Banti prende di mira il neopatriottismo risorgimentale di Carlo Azeglio Ciampi, che in funzione antileghista ha deciso di riesumare vecchie idee e simboli perduti, come il primo tricolore romboidale della Repubblica cisalpina. L'ex presidente voleva riattivare la mitografia del Risorgimento per far rinascere il senso di appartenenza alla nazione e scongiurare il rischio di secessione. Così facendo però, obietta Banti, non si è accorto di ripescare dal repertorio della storia gli stessi materiali utilizzati dalla Lega, e di fornire a quest'ultima argomenti preziosi. La Lega infatti, secondo Banti, non è un movimento antinazionale: “E' un movimento nazionalista contro la nazione italiana, perché identifica un soggetto che appartiene a un territorio specifico con il meccanismo del sangue e del suolo”. Sicché, per quanto rudimentali nel caso di Bossi e Borghezio e più complesse nel caso di Ciampi, “le strutture elementari del loro discorso” restano identiche e rimandano alla stessa matrice. “La nazione per il Risorgimento non è un'astrazione culturale, ma un legame biopolitico, cementato dal concetto di stirpe. E' un dispositivo che implica il sacrificio come forma di martirio, facendo dell'eroismo bellico il fulcro della memoria storica; comporta un'asimmetria di genere tra maschi e femmine, e insiste sull'ossessione della difesa dell'onore nazionale come onore sessuale”.

    Sono queste le strutture che alimentano il processo di nazionalizzazione delle masse durante il Risorgimento liberale e continuano ad animare la pedagogia della nazione sotto il fascismo, spiega Banti. “Riproporle adesso, come fa la Lega per legittimare l'invenzione della Padania, e come ha fatto Ciampi nel suo ecumenismo ‘crispino' (dal nome dell'esponente della sinistra storica Francesco Crispi, ex garibaldino, ex repubblicano, poi parlamentare, dunque tenuto a giurare fedeltà alla monarchia) confondendo in un tutto armonico Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II, e annullando ogni differenza come se fossero tutti protesi allo stesso scopo dell'unità d'Italia, vuol dire ammantare di nebbia dorata la storia del Risorgimento senza capire cosa celebrare e perché”.

    E' un vecchio vizio storico italiano, visto che accomuna, secondo Banti, liberali e fascisti, uniti dalla stessa idea risorgimentale di nazione. Arriviamo così all'altra tesi scandalosa per le sue conseguenze (studiata da Banti in un libro, “Sublime madre nostra. L'idea di nazione dal Risorgimento liberale al fascismo”, che uscirà in gennaio da Laterza): “Le leggi razziali, in fondo, non sono che la gemmazione coerente del fatto che la nazione è sangue e suolo per i fascisti, così come lo era stata per i liberali”, dice Banti. Anche se il grande storico Carlo Ginzburg ricorda sull'Espresso in edicola che il padre Leone, “italiano per scelta”, eroe e martire dell'antifascismo, visse con Vittorio Foa le leggi razziali come “un tradimento dell'eredità del Risorgimento”, con il quale “si identificava fortemente”. Ma tant'è. Se davvero sono questi, e cioè il sangue e il suolo, il culto sacrificale del bellicismo e l'ossessione dell'onore, i materiali che tengono insieme l'Italia di oggi, al di là della frattura che si rivela ogni giorno più labile tra fascismo e democrazia repubblicana, sarebbe meglio trovarne degli altri, suggerisce Banti.

    “E prenderli sul serio”, aggiunge. “Per esempio, il patriottismo costituzionale che io m'immagino con un bel rituale civico di giuramento di lealtà ai valori fondanti della nazione da imporre a tutti gli italiani maggiorenni, e non solo agli stranieri naturalizzati. Dobbiamo liberarci dell'idea che il sangue da solo sia in grado di trasmettere i valori fondanti. Purtroppo non è così. Basta uscire di casa e domandare al primo venuto di recitare i primi articoli della Costituzione. Farà scena muta. E i fischi contro Balotelli e Ledesma nell'ultima partita della nazionale di calcio, fischi lanciati da quegli stessi ultrà che facevano il saluto romano, cantando l'inno di Mameli, ne offrono l'ennesima, grottesca dimostrazione”, dice questo allievo di Raffaele Romanelli, approdato alla storia intellettuale dopo un tirocinio in storia sociale, che oggi si considera un agnostico ma si sente “un po' di sinistra”, e da anni lavora su un'idea fantasma come la nazione, “scomparsa dal discorso pubblico dei paesi d'Europa nel 1945, quando nessuno voleva più passare per nazista o fascista, e consumata in Italia da 50 anni di egemonia cattocomunista”.