L'elogio retorico della carta ricorda chi rimpiange le carrozze a cavallo
Anni fa in una trasmissione della tv francese si trovarono faccia a faccia il critico George Steiner e l'attore Fabrice Luchini. Il primo sosteneva che leggere libri tascabili non è leggere, la vera lettura richiede edizioni rilegate (bontà sua, non aggiunse che servivano anche copertine in pelle e fregi in oro). Il secondo – figlio di immigrati italiani che a Parigi avevano una bottega di frutta e verdura – gli fece notare che aveva sempre divorato edizioni a poco prezzo, le uniche che si poteva permettere.
Anni fa in una trasmissione della tv francese si trovarono faccia a faccia il critico George Steiner e l'attore Fabrice Luchini. Il primo sosteneva che leggere libri tascabili non è leggere, la vera lettura richiede edizioni rilegate (bontà sua, non aggiunse che servivano anche copertine in pelle e fregi in oro). Il secondo – figlio di immigrati italiani che a Parigi avevano una bottega di frutta e verdura, primo impiego a 14 anni come apprendista parrucchiere (insomma, sciampista) – gli fece notare che aveva sempre divorato edizioni a poco prezzo, le uniche che si poteva permettere. E che l'obbrobriosa pratica non aveva danneggiato la sua passione per i classici e la sua conoscenza dei suddetti. Per dimostrarlo, recitò a memoria versi di Racine e di La Fontaine, lasciando l'interlocutore con un palmo di naso.
Torna in mente la scenetta quando ci imbattiamo nell'“Elogio della lettura su carta” scritto da Giorgio Montefoschi sul Corriere della Sera (iPad edition, ma non ditelo al corsivista, ne morrebbe). Una difesa a oltranza della carta stampata, con i toni nostalgici di chi crede che il cinema non sia vero cinema se non viene visto nella sala buia, meglio se di fumoso e umido cineclub. Ci aspettiamo che appena svoltata la riga arrivi anche la commemorazione dei pomodori un tempo erano saporiti e costoluti, signora mia. Già che ci siamo, anche del dentista senza anestesia, della carne speziata perché in mancanza dei frigoriferi marciva, della brocca e del pitale in camera da letto, dei viaggi in carrozza a cavalli, della musica che si poteva ascoltare solo ospitando in salotto un quartetto d'archi.
La scrittura è “pesante”, ammonisce Montefoschi: “Viene dal buio, costa pena, fatica, dolore”. Strano, perché uno come Louis-Ferdinand Céline (che sui suoi libri ha faticato più di Montefoschi) sosteneva: “Lo scrittore sta giù alla sala macchine, sporco di olio e con la canottiera sudata. Ma il lettore, spaparanzato sul ponte della nave, non lo deve sapere”. Anche Flaubert, che delle riscritture era maniaco, avrebbe sfidato a duello chi parlava di “pesantezza” a proposito di “Madame Bovary”.
Quanto ai libri come oggetto di arredamento (“illuminano una casa”, ecco perché certuni li comprano a metro, nelle sfumature delle copertine Adelphi), siamo sicuri che troveremo altro per illeggiadrire il nostro umile tugurio. Vuoi mettere non doverli spolverare, o non ritrovarsi sempre le mani nere ogni volta che serve qualcosa dallo scaffale alto? L'iPad ha solo vantaggi – se si esclude il dettaglio della lettura nella vasca da bagno, ma siamo sicuri che verrà presto risolto. Evita la ricerca affannosa del libro che dobbiamo recensire, sparito chissà dove; fa ritrovare subito le citazioni; tiene lontani i doppioni. Meraviglia delle meraviglie, scongiura la tentazione del prestito e i patimenti della mancata restituzione.
Eppure ogni volta dobbiamo risentire la manfrina. Anche al netto dell'effetto Steve Jobs: chiunque oggi ne parli male si guadagna la medaglietta “fuori dal coro”, l'hanno appena vinta anche Massimo Gramellini, Jonathan Franzen, Jonathan Safran Foer, Antonio Socci (per dire quanto è ampia la gamma degli odiatori). E ogni volta moriamo dalla voglia di chiedere: ma perché dobbiamo sempre girare la testa all'indietro? Non c'è un altro modo per dimostrare che siamo personcine colte, intelligenti, sensibili?


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