Una scena tratta da "The Rounders"

La partita cicciona a carte coperte

Lanfranco Pace

Analogia dell’essere ludico-politico, mutuata dal poker americano. Solo se arriva un joker Pannella, può vincere un dilettante.

    Il primo a spiegare compiutamente la tecnica per l’elezione del presidente della Repubblica italiana è stato Matt Damon, nel “Giocatore” (“Rounders”). Si avvicina al tavolo dove sono seduti alcuni illustri giuristi: lei vorrebbe farci credere di avere chissà cosa, dice, ma ha solo due fottute scartine, nemmeno lei ha nulla, lui invece gioca come se avesse una coppia di dieci ma non li ha, quindi io al posto suo, dice rivolgendosi all’ultimo giocatore, il suo professore, mi giocherei tutto e vincerei.

     

    Il Quirinale è tutto qui: non è una questione politica o elettorale, il nuovo eletto qualsiasi sia il suo nome non cambierà il corso delle cose né lo stato dei rapporti di forza. E’ una partita tra politici di professione, un gioco a più giocatori e a informazioni incomplete: è una mano di Texas hold ‘em, dove un po’ si sa, un po’ si crede di sapere e il segreto è nascosto in due carte coperte.

     

    La prima regola, aurea, la trasmise ad Amarillo Slim il padre: puoi tosare una pecora molte volte ma scuoiarla una sola. Il che ci dice che difficilmente Romano Prodi subirà un secondo sanguinoso affronto, sarà della partita solo se avrà certezza di vincerla, altrimenti passerà, come dice il rounder non si può perdere quello che non si punta.

     

    Negli scacchi, gioco di strategia in cui l’informazione è completa perché si vedono i pezzi sulla scacchiera e si può misurare la forza di cui dispone l’avversario, i segreti restano confinati nella mente e non si possono carpire ma solo piegare, sottomettendo psicologicamente chi hai di fronte e la fortuna non può influenzare in alcun modo l’esito dello scontro. La partita del Quirinale invece è eminentemente tattica, passa per il voto segreto, dove si è sempre a rischio di imboscata: ma nemmeno in questo caso la fortuna conta, non c’è azzardo, al poker americano non esistono né azzardo né fortuna, tanto è vero che “in finale a Las Vegas ci sono sempre gli stessi” spiega Damon alla scettica fidanzata.

     

    La posta si vince o si perde in un colpo solo, il resto è attesa. Al primo scrutinio vincono dilettanti di carisma o campioni indiscussi che incutono rispetto e timore, per dire finora il solo Francesco Cossiga. Il più delle volte bisogna aspettare, il gioco vero comincia al quarto scrutinio.

     

    Si dice che se in capo a mezza ora non hai capito chi è il pollo al tavolo allora vuol dire che il pollo sei tu. E gli altri i veri professionisti. Non giocano insieme, di comune accordo, ma nemmeno l’uno contro l’altro, non si sbranano tra loro, preferiscono mangiare le fresche carni dei dilettanti. National Geographic ti ha mai forse fatto vedere un piranha che ne mangia un altro? spiega Damon. I giocatori professionisti si contano sulle dita di una mano, per questo tanto si parla e in modo così ossessivo del segreto e dilaga la sindrome della stanza chiusa. In realtà ci sono solo carte coperte e il gioco consiste nel far credere che abbiano valore maggiore di quanto ne abbiano veramente. Il trucco è spingere l’avversario a scommettere tutto quello che ha nel momento sbagliato, convincerlo che è il più forte proprio quando il più forte sei tu. Dissimulazione della potenza, ribaltamento della prospettiva, una volta che hai scoperto il gioco degli altri non devi far sapere che sai.

     

    I nostri professionisti della politica, quelli da finale del campionato del mondo, grosso modo il presidente dimissionario, lo strano ensemble del Nazareno e qualcun altro della guardia storica, si guardano attorno e colgono i segni.

     

    [**Video_box_2**]Vedono la pletora di candidati, per lo più velleitari come lo scrittore inglese Martin Amis che dopo aver giocato da dilettante, provata l’ebbrezza di qualche partita cash e preso lezioni da un coach, si preparò alla sfida di Las Vegas e finì in mutande al primo turno: quando avevo il punto passavano tutti ma quando ero debole e puntavo venivano tutti a vedere, ma come facevano? si domanderà sconsolato in un articolo su Repubblica. Vedono l’approccio dilettantesco degli outsider, dei tecnocrati che apertamente o per interposta persona fanno sapere di avere carte molto valide in mano. Servono a fare numero, rendono più affollato il tavolo e cicciona la partita, gonfiano l’ego dei giocatori esperti.

     

    Colgono altri segni nei volti, nei tic, nelle reazioni incontrollabili, spontanee di chiunque, politico o giornalista addetto ai lavori, affronti la questione. Vedono e prendono nota.

     

    Confidano nella forza, nella superiorità del talento, nella furbizia: assaporano la tenuta del patto, da questo punto di vista  avere intorno Verdini aiuta, di certo i franchi tiratori, ove ci fossero, avrebbero poche chance di mutare l’esito, di cambiare la distribuzione delle carte. Se c’è accordo non c’è fronda che tenga. In una situazione di politica debole, in cui professionisti invecchiati attendono che emerga la nuova generazione, può accadere davvero che tutto si faccia in Aula, che arrivi un profeta e indichi la via, fu così con Pannella che si inventò dal nulla il nome dell’allora presidente della Camera Scalfaro: un campione del mondo che non meritava il titolo, un dilettante come Chris Moneymaker che investe dieci dollari e ne vince tre milioni e poi però in carriera non vincerà quasi più nulla. Ma l’attuale è una situazione di politica forte, abbiamo un premier sicuro di sé pronto a prendere rischi che sa tenere insieme una maggioranza, un partner a geometria variabile che tiene bene il tempo e la distanza, un presidente uscente che ha vinto sulla durata. Roba da Johnny Chan, da Phil Hellmuth Doyle Brunson: un fottio di braccialetti da campioni del mondo in tre.

    • Lanfranco Pace
    • Giornalista da tempo e per caso, crede che gli animali abbiano un'anima. Per proteggere i suoi, potrebbe anche chiedere un'ordinanza restrittiva contro Camillo Langone.