La serbia e’ pronta a ripartire dal litio e dalle startup, ma la storia pesa ancora

2 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 00:06 | 3 MAR 20
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Con un occhio all’Unione europea e un occhio alla Russia – ogni tanto guarda anche alla Cina, che nei Balcani è molto presente – la Serbia cerca di costruire il suo futuro. Ci sono le vecchie incognite, tratti di storia rimasti irrisolti che chiedono una soluzione che potrebbe non essere rapida, e poi ci sono le nuove conquiste, come la consapevolezza di essere diventata una nazione con un ecosistema innovativo tutto nuovo, attraente, vivo, veloce. Secondo i dati della Digital Serbia initiative, Inicijativa “Digitalna Srbija”, una ong che si occupa di promuovere progetti in grado di rendere Belgrado competitiva dal punto di vista digitale, la tecnologia rappresenta il 6 per cento del pil dell’intera nazione balcanica. La tecnologia assume e attrae, sono circa 45 mila le persone impiegate nel settore su una popolazione totale di circa sette milioni. Le aziende straniere hanno speso più di 500 milioni di dollari per finanziare le startup serbe negli ultimi sei anni. Il paese non ha ancora nessun unicorno, nessuna startup con una valutazione superiore al miliardo di dollari, ma soprattutto a Belgrado si è creato un tessuto importante di aziende innovative di medie dimensioni, alcune delle quali hanno una proiezione internazionale notevole.
Il governo di Belgrado ha notato che qualcosa sta cambiando e Ana Brnabicć, diventata primo ministro nel 2017, ha deciso di assecondare questa voglia dei serbi, soprattutto ragazzi, di tecnologia. Per anni i più giovani hanno abbandonato la nazione, studiare all’università non era la prima scelta da prendere per il futuro, poi qualcosa si è svegliato. I giovani hanno ricominciato a studiare e il numero dei laureati è in crescita. Circa cinquemila persone prediligono la tecnologia, e, tra chi se ne è andato, tanti decidono di ritornare.
Nebojsa Djurdjevic è il capo della Digital Serbia initiative, si è laureato a Belgrado in Ingegneria elettronica nel 1990, ha raccontato all’Economist che dal suo corso di laurea erano uscite circa settanta persone, di queste, quaranta hanno lasciato la Serbia ma dieci sono poi tornate, hanno sentito che qualcosa stava cambiando e che bisognava farne parte subito.
Il governo di Ana Brnabicć ha stanziato 71 milioni di euro in infrastrutture digitali, poi ha creato agevolazioni fiscali per chi decide di investire in Serbia. Ma serviva un segnale più forte: dimostrare che anche il governo è pronto a lasciarsi coinvolgere dalla rivoluzione tecnologica. Invitata a Londra la scorsa settimana, la premier ha raccontato che da quando è entrata in carica ha capito che il suo compito principale doveva essere quello di dare un presente e un futuro alla Serbia: “Stiamo vivendo i tempi entusiasmanti della quarta rivoluzione industriale, che offre opportunità a paesi come la Serbia, che non sono stati vincitori della terza rivoluzione industriale ma possono diventare vincitori della quarta”. Con l’ansia di prendere parte a questa quarta rivoluzione, la Brnabicć e il suo governo hanno deciso di concentrarsi sui più giovani, hanno avviato una riforma dell’istruzione che servirà a preparare i ragazzi per i “lavori del futuro”, per questo la programmazione adesso viene insegnata in tutte le scuole primarie.
Scrive l’Economist che se il boom tecnologico in Serbia è appena iniziato, il prossimo è già lì in attesa: grazie al litio. Belgrado ha a disposizione una delle più grandi riserve di litio del continente, una delle materie prime della rivoluzione ecologica che l’Unione europea vorrebbe portare avanti. E’ la componente principale delle batterie, anche delle auto elettriche, e secondo la società di analisi Adroit Market Research il valore del mercato globale del litio supererà i cinque miliardi di dollari entro il 2025.
Rio Tinto, una delle più grandi compagnie minerarie del mondo, ha già investito in Serbia 200 milioni di dollari, soltanto per esplorare un sito vicino a Loznica. Nei piani della società britannico-australiana, la Serbia potrebbe diventare il più grande fornitore europeo di litio e se la nazione riuscisse a sviluppare entro il 2025 anche delle strutture per lavorare il minerale, tutta la produzione di batterie potrebbe avvenire proprio lì, “questo potrebbe aggiungere due punti percentuali in più al pil”, ha detto all’Economist Marnie Finlayson, direttore generale di Rio Tinto per la Serbia.
Belgrado ha voglia di guardare avanti, di diventare veloce e affidabile. Abituata a vedere i più giovani che se ne vanno, è contenta di poter risultare di nuovo un centro attraente e innovativo. Questo desiderio di far parte delle nuove conquiste sembra non andare d’accordo con l’attaccamento alla storia della nazione e con le sue vecchie lotte. La Serbia vorrebbe entrare a far parte dell’Unione europea, il veto francese a nuovi allargamenti ha fatto perdere un po’ la speranza e il cammino serbo per diventare un paese Ue è ancora lungo. Oltre a risolvere problemi legati alla corruzione, a dover affrontare delle riforme che rendano la pubblica amministrazione più trasparente e più efficiente, la Serbia deve risolvere i problemi con il Kosovo, che si è sempre rifiutata di riconoscere. Tra Belgrado e Pristina sono stati da poco ripristinati i collegamenti aerei e ferroviari, è ripartito un dialogo un po’ indolente che il nazionalismo di entrambi i paesi ha più volte interrotto. Ana Brnabicć era a Londra non soltanto per parlare di tecnologia, ma anche per incontrare per la prima volta il suo omologo kosovaro Albin Kurti. Ha detto che finché Pristina non toglierà i dazi sulle merci serbe, non si può pensare a passi avanti.
Mentre la tecnologia procede, la politica e la storia continuano a frenare. Belgrado per ora si guarda attorno, con un occhio all’Europa e l’altro alla Russia e, con in mano una quarta rivoluzione industriale tutta da conquistare, accarezza il futuro mentre cerca di risolvere i problemi, tanti, del suo passato.
Micol Flammini