Galileo addio

4 APR 19
Ultimo aggiornamento: 17:31
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L o scenario di una popolazione ostile alla comunità scientifica era già previsto da un anno, ma non è bastato. Così è stata promossa una petizione per introdurre tra le armi di sterminio di massa anche i movimenti No Vax. Un successo oltre ogni aspettativa: ora gli appassionati di Plague Inc., seguitissimo videogioco nato nel 2012 come simulatore di epidemie su scala globale, possono contare anche sulla collaborazione di una fetta di popolazione felice di ostacolare il lavoro dei centri per la prevenzione delle malattie infettive.
Il virtuale prende spunto dal reale per tratteggiare coinvolgenti distopie e, in effetti, la realtà di materiale ne offre. Nel più recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla diffusione del morbillo è emerso per esempio un “caso Europa”, con un aumento di incidenza per il 2017 del 400 per cento rispetto all’anno precedente (con l’Italia nelle prime file), e coperture vaccinali inferiori al 95 per cento in molti paesi. E che dire dei “terrapiattisti” impegnati a smascherare con gli argomenti della “zetetica” (massima fiducia solo nei propri sensi) i “cospirazionisti” della Terra rotonda? Ha dell’incredibile. Quel che fino a pochi anni fa avremmo rubricato alla voce “fanatismo” e “analfabetismo” ora pare ingrossare controverse fila di irrazionalisti schizofrenicamente orgogliosi di colpire al cuore società che vorrebbero al tempo stesso hi-tech (i social network, il loro habitat, sono un trionfo di tecnologia) e antiscientifiche. C’è la sensazione diffusa che il sapere sia un indizio di colpevolezza e l’ignoranza una forma d’innocenza. Un fenomeno che chiama in causa la ragion d’essere della stessa Europa.
Dal Seicento agli inizi del Novecento il Vecchio continente ha infatti detenuto il monopolio assoluto degli investimenti in ricerca e proprio per questo ha detenuto la leadership economica e politica mondiale. In “La Scienza e l’Europa. Dal secondo dopoguerra a oggi” (L’Asino d’oro edizioni), quinto e ultimo volume di un’opera che attraversa la storia della scienza europea dalle origini ioniche ai giorni nostri, Pietro Greco traduce questo monopolio in “fiducia nella scienza” e dimostra che scienza ed Europa sono due facce della stessa medaglia: se oggi è in crisi l’una è perché è entrata in crisi l’altra. Il libro è ricco di numeri e tabelle, ma ne bastano pochi per rendere l’idea del declino europeo. Oggi l’Europa è la parte del mondo che ha meno fiducia nella ricerca scientifica se è vero che investe in scienza l’1,69 della ricchezza prodotta contro il 2,32 delle Americhe e l’1,91 dell’Asia. Il Vecchio continente arranca e lo dimostra nella sua crudezza la stessa provenienza geografica dei Nobel: dal 1901 al 1933 sono 91 i Nobel europei e solo 9 provengono dal resto del mondo; dal 1934 al 1966 si contano 53 europei e 47 non europei; dal 1967 al 2017 sono solo 33 gli europei contro 77 “extracomunitari”.
L’Europa sta dimenticando Galileo. Cosa è successo? Il mondo è cambiato e l’Europa non ha saputo governare la modernità. Sono tante le ragioni analizzate da Greco, ma una secondo me merita un po’ più di attenzione. Fino agli anni 70 i rapporti tra scienza ed Europa erano saldi, poi qualcosa si è rotto con la prima grande crisi economica del dopo guerra. Una crisi, soprattutto se è grave, può anche rivelarsi utile. “Purtroppo in quegli anni si perde l’occasione. Gli interventi sono di carattere difensivo”. Soldi spesi per drogare mercati senza più senso piuttosto che per puntare su ricerca di base, trasferimento tecnologico, formazione, lavoro altamente qualificato, creazione di hub metropolitani ad alto tasso cognitivo. Tutto è perduto? Forse no. Segni di speranza germogliano nelle pagine in cui Greco descrive le traiettorie del pensiero scientifico del XX secolo: gli sforzi teoretici e ingegneristici dei matematici (filosofi del nostro tempo) ispirati da Alan Turing, la creazione in solitario del primo calcolatore elettronico per mano di Konrad Zuse; l’invenzione della macchine molecolari, di nuovi materiali (il “Moplen” di Natta!) e poi le domande a cavallo tra fisica e biologia partorite dalle menti di Erwin Schrödinger, Niel Bohr e Max Delbruck; il Big Bang, la scoperta e persino la calcolabilità di una massa e di un’energia oscura, le costanti conferme delle visioni cosmologiche assolutamente controintuitive di Einstein.
Non a tutti ma a moltissimi di questi processi hanno partecipato da protagonisti scienziati europei. Il dileggio per il sapere e l’idiosincrasia per la conoscenza sono alla moda e persino al potere. Eppure la storia ha un peso. Il fatto che la prima “cosa in comune” di un Europa desiderosa di uscire dalle macerie fratricide della seconda guerra mondiale sia stato un grande laboratorio di ricerca come il Cern, con tutto quel che ha significato non solo per la scienza ma per il nostro modo di vivere, dalla nascita del web alla scoperta della particella di Dio, ecco tutto questo ha un peso. Così come ce l’ha, per noialtri, il fatto il “tempio della particelle” fu pensato, voluto e guidato per primo da un fisico italiano, Edoardo Amaldi. Gli strumenti che ci aiutano a capire com’è fatto il mondo, a trasformarlo per rendercelo meno estraneo, sono frutto del lavoro di persone che hanno saputo ascendere al ruolo di élite della conoscenza cambiando le loro e le nostre vite.
Cristian Fuschetto