Non è il momento di isolarsi

C’è chi cerca di passare la nottata, e poi c’è Blair. Che all’inizio di questo piccolo grande viaggio nel futuro, inaspettato visto che lui è considerato il leader di un passato concluso, parte dai fondamentali. “Il liberalismo è una visione aperta nei confronti del mondo. La sua essenza è che credi nella libertà, credi in un approccio spalancato sulle diverse culture, sulle diverse facce e razze, credi nell’uguaglianza, in tutte le sue forme, anche di genere. Questa essenza è rilevante oggi come lo è sempre stata, e lo sarà anche in futuro. Poi ci sono le politiche del liberalismo, e queste devono essere strutturate e gestite con molta attenzione”, altrimenti sì che rischi di spaccare tutto. Poiché ha ancora negli occhi la visita in Africa, appena cita le “politiche”, Blair inizia a riflettere sull’immigrazione. Sa tutto di quel che succede in Italia, il caso di Carola Rackete ha fatto il giro del Mediterraneo e d’Europa e anche se non abbiamo tempo di discutere su come è stato tradotto “sbruffoncella” in inglese, è evidente che questo tema è, dalle nostre parti, incandescente. “Anche nel Regno Unito ne sappiamo qualcosa”, dice Blair e subito ci tornano in mente quegli inglesi che ancora oggi dicono di aver votato a favore della Brexit perché stufi di immigrati e rifugiati, anche in aree in cui di questi “invasori” non c’è mai stata traccia. “Le politiche sull’immigrazione sono un buon esempio di quanto devi usare cura e attenzione, perché se gestisci in modo stupido l’immigrazione finisci inevitabilmente con il dover affrontare un problema ancora più grande”: stupidità, proprio così.
Per lui la cura sta in “un’ovvietà”: “Dobbiamo mettere controlli appropriati all’immigrazione, non si può fare entrare tutti coloro che arrivano sulle nostre coste e dire ‘puoi restare’ a chiunque. Altrimenti immediatamente crei un magnete per le persone che vogliono arrivare: è evidente che c’è bisogno di un controllo”. Non è la prima volta che Blair parla di controlli sull’immigrazione ma è stato molto criticato quando l’ha fatto: stai rincorrendo i populisti, gli hanno detto, questo andar dietro alle istanze – emergenze spesso, anche immaginarie – degli altri era il motivo per cui il centrismo si è afflosciato su se stesso. E’ un po’ il presente dei liberali, questo: ti dicono che rincorri sempre qualcuno, derive di qui e di là, e tu vorresti soltanto sistemare casa, far di nuovo spazio al centro. Bisogna ascoltare anche la seconda parte del ragionamento di Blair per comprendere qual è il suo approccio all’immigrazione: la semplificazione eccessiva va a braccetto con la stupidità. “Non possiamo dimenticare che l’immigrazione è una tragedia umanitaria che nasce dalle condizioni dei paesi di partenza: la prossima ondata di immigrazione arriverà per forza e sappiamo che arriverà da lì, e non possiamo permetterci di non rispondere alle domande di lungo periodo, è ingiusto soprattutto nei paesi del sud dell’Europa come l’Italia. La risposta non può essere ancora e sempre: you guys, ve la dovete cavare”. Porti chiusi o porti aperti è una dicotomia buona per la propaganda, ma non implica alcuna cura e attenzione, mentre cura e attenzione sono essenziali per adottare politiche efficaci: “carefully”, ancora una volta. “Sto facendo una grande opera di sensibilizzazione in occidente sui paesi del Sahel, a sud della Libia – dice Blair – Lì la popolazione è in enorme crescita, c’è un elevato tasso di radicalizzazione, le istituzioni sono fragili e c’è molta povertà. E’ un interesse vitale per i paesi occidentali, in particolare per l’Europa, che questa regione così come il medio oriente siano stabilizzati. Ma ci vuole un piano coerente, stabilizzazione politica e controlli sui flussi migratori sono politiche che vanno insieme, non puoi, proprio adesso, pensare di isolarti”. Blair dice “isolarsi” e subito la conversazione prende un’altra direzione, un altro balzo, più a occidente ancora di dove siamo già.
Mentre parliamo nel Regno Unito sta scoppiando lo scandalo che ha tenuto banco per tutta la settimana scorsa: l’ambasciatore britannico a Washington, Kim Darroch, è diventato il nemico numero uno dell’Amministrazione Trump. Non sapevamo ancora come sarebbe andata poi a finire, ma già intuivamo che non ci sarebbe stato un lieto fine – la gestione dell’alleato americano non è più una storia a lieto fine da parecchio tempo. La crisi è stata rapida e dolorosissima: il Mail ha pubblicato le frasi che Darroch ha scritto sull’Amministrazione Trump in un report che avrebbe dovuto rimanere segreto: era una comunicazione tra un diplomatico e il suo governo. La gestione di Trump è, secondo l’ambasciatore, confusa, disfunzionale, inefficace, insicura, inetta. Le parole utilizzate non sono molto diverse da quelle di molti analisti e commentatori internazionali, Darroch ha detto che “avrebbe potuto essere chiunque di noi”, ma è lui, ed è un diplomatico e non importa se il file era segreto: Trump si è offeso a morte. Il governo inglese si è scusato, ma ha confermato l’ambasciatore, e allora è iniziata una di quelle tweetstorm tipiche e devastanti di Trump contro il “very stupid guy” Darroch e contro Theresa May, che (ormai suo malgrado) è ancora il primo ministro inglese e che, secondo il presidente americano, è “un disastro”. Darroch ha infine deciso di dimettersi per mettere fine allo spettacolo horror. Ma la “special relationship” tra Regno Unito e America ne è uscita comunque sfigurata.
Blair non entra nei dettagli di questo ultimo obbrobrio, ma il frantumarsi di questa relazione dev’essere una sofferenza per lui che, quando era primo ministro, la rese specialissima. Allora non sapevamo che cosa fosse la Brexit, forse il termine non era nemmeno stato inventato, ma nei primi anni Duemila il Regno Unito di Blair si spostò molto vicino all’America, lontanissimo dal cuore europeo franco-tedesco. Era la guerra in Iraq, lo sconvolgimento assoluto della politica internazionale che ancora oggi si ritrova in qualsiasi manifestazione organizzata nel Regno Unito: le maschere di Blair con il sorriso diabolico, i soldi macchiati di rosso sangue lanciati in aria, “criminale di guerra”, ti dovrebbero arrestare subito. Lo strato roccioso del disamore è questo qui: inscalfibile. E pazienza se nel frattempo s’è capovolto il mondo e l’isolazionismo americano contagioso anche in Europa fa più paura dell’interventismo: questo è un viaggio nel futuro, risuona da qualche parte “don’t look back in anger”, dei regolamenti di conti antichi qui non ci importa nulla.
Blair prova a prenderla larga, a fare, almeno lui, il diplomatico: “Dobbiamo cercare di distinguere tra la retorica dell’Amministrazione Trump e le sue azioni”, dice, infilando razionalità e distinzioni laddove tutto sembra un caos pericoloso. “Da sempre, e anche oggi, l’America ha bisogno di un’Europa forte”, dice e racconta di aver avuto contatti rassicuranti con membri dell’Amministrazione americana che sono convinti dell’importanza dell’equilibrio tradizionale e che continuano a costruire cuscinetti e ammortizzatori attorno alla politica estera trumpiana (ormai c’è una letteratura sul tema: don’t let Trump be Trump). Per quanto si possa tentare di andarci piano, di individuare distinzioni tra tweet e azioni, per quanto si possa continuare a ripetere che “America ed Europa devono stare insieme”, come dice Blair, non si può che ammettere che “oggi non lo sono”. Il Regno Unito si trova al contempo in crisi con l’America e a firmare le carte del divorzio con l’Europa. Isolamento assoluto. Soprattutto, l’America non ha più a cuore la forza dell’Europa, anzi, conta sulle divisioni europee, le alimenta, le approfondisce. Non c’è più un sistema di alleanze cui fare riferimento, le foto di gruppo sono diventate la testimonianza di capovolgimenti epocali, musi lunghi uno accanto all’altro. Per Blair l’unico modo è insistere, “carefully”, tenendo bene a mente che l’obiettivo finale è stare meglio tutti, il progresso a questo tende, la somma di insofferenze e capricci non dà un interesse comune: “Le alleanze possono essere molto difficili e complicate – ribadisce Blair – ma sono necessarie”. Far funzionare i matrimoni: anche questa è un’arte.