Effetto domino

“Persona non grata”: ai sensi della convenzione di Vienna, uno stato può “in qualsiasi momento e senza spiegare la sua decisione” cacciare un diplomatico straniero accreditato sul suo territorio. Giorgio Napolitano ieri ha dato al ministro degli Esteri, Emma Bonino, una ragione molto valida per notificare ad Andrian Yelemessov, l’ambasciatore del Kazakistan in Italia, lo status di “persona non grata”.
19 LUG 13
Ultimo aggiornamento: 01:58 | 20 AGO 20
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“Persona non grata”: ai sensi della convenzione di Vienna, uno stato può “in qualsiasi momento e senza spiegare la sua decisione” cacciare un diplomatico straniero accreditato sul suo territorio. Giorgio Napolitano ieri ha dato al ministro degli Esteri, Emma Bonino, una ragione molto valida per notificare ad Andrian Yelemessov, l’ambasciatore del Kazakistan in Italia, lo status di “persona non grata”. “Occorre sgombrare il campo da gravi motivi d’imbarazzo e di discredito per lo stato e dunque per il paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre kazaca e della sua bambina, sulla base di una reticente e distorsiva rappresentazione del caso, e di una pressione e interferenza, l’una e le altre inammissibili da parte di qualsiasi diplomatico straniero”, ha detto Napolitano durante la cerimonia del Ventaglio.
Come spiega al Foglio l’ex sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, “c’è stato un grave vulnus nei rapporti bilaterali” tra Italia e Kazakistan: “Se un ambasciatore straniero si fosse comportato così in un altro paese, lo avrebbero preso a calci nel sedere”. Ma dalla Farnesina dicono che l’escalation diplomatica deve essere cadenzata, è necessario capire che intenzioni ha il Kazakistan con i “provvedimenti restrittivi” per Alma Shalabayeva, moglie del controverso dissidente Mukhtar Ablyazov, e per sua figlia. Intanto Bonino ha reso chiaro il suo discontento convocando mercoledì l’incaricato d’affari kazaco, Zhanybek Manaliyev – l’ambasciatore era in vacanza – al quale ha espresso “forte sorpresa e disappunto per le irrituali modalità di azione” di Yelemessov. “A muso duro”, dicono alcune fonti della Farnesina, ma per Vernetti è un po’ poco, perché “abbiamo a che fare con un’ingerenza forte di un paese straniero nei confronti dello stato italiano”. Ed è anche un po’ tardi: sin dal 1o giugno “Bonino era nelle condizioni per denunciare quanto avvenuto”, richiamare l’ambasciatore italiano in Kazakistan, convocare l’ambasciatore kazaco in Italia e anche “espellerlo. Invece ci sono state settimane di silenzio”.
Bonino ha detto di aver saputo dell’espulsione della moglie e della figlia del controverso dissidente kazaco Mukhtar Ablyazov a cose fatte, nella notte del 31 maggio, dopo un’email di un’organizzazione che si occupa di diritti umani. Il 2 giugno, durante la Festa della Repubblica, sarebbe stata Bonino ad avvertire del caso Shalabayeva il presidente del Consiglio, Enrico Letta, e il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Per Vernetti, c’è stato un “atteggiamento troppo sbrigativo da parte degli uffici del ministero degli Esteri nel non analizzare in fondo il caso. Qualche indagine interna andrebbe fatta”. Ma la questione politica è un’altra: perché “sono passate almeno tre settimane” prima che Bonino parlasse pubblicamente dell’espulsione di Shalabayeva e della figlia Alua? In tutta questa vicenda è come se Bonino avesse sperato di “passare la nottata”.
In questi giorni, nello scenario “se cade Alfano scatta un effetto domino e viene giù tutto, dalla Bonino in avanti”, come ha scritto ieri Maurizio Breda sul Corriere, dentro la Farnesina si respira aria da fortino. Bonino ha taciuto sul caso Shalabayeva per una “sensibilità istituzionale, che le si è ritorta conto”, dicono alcuni, mentre per molti è evidente che il ministro è stato tenuto fuori perché altrimenti si sarebbe fatto sentire, come dimostrano tutte le iniziative prese da quando c’è stata l’espulsione. C’è “fastidio” soprattutto per chi mette in dubbio la carriera di Bonino, le battaglie per i diritti umani e civili, pure se proprio nel governo di Romano Prodi, assiduo frequentatore del Kazakistan, il ministro aveva fatto capire di saper maneggiare bene anche la realpolitik, all’occorrenza.