Quando Suleimani coccolava i Bin Laden in Iran

C’ è un saggio favoloso del 2017 che ha per titolo “The Exile” (Bloomsbury, 620 pagine, in inglese) e racconta di come dopo la fuga dall’Afghanistan – dove erano arrivati gli americani dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 – lo stato maggiore di al Qaida separato dal leader e fondatore Osama bin Laden fu catturato in Iran. La prigionia si trasformò ben presto in una villeggiatura ambigua. In teoria i capi di al Qaida e i figli di Bin Laden che erano stati presi con loro erano tutti fanatici sunniti e quindi poco disposti a collaborare con una teocrazia sciita come l’Iran. Ma gli iraniani, da bravi strateghi, si rendevano conto di avere in mano degli asset che usati bene un giorno avrebbero potuto tornare utili. A pagina 286 del libro c’è una scena indimenticabile. Nel 2006 le Guardie della rivoluzione portano i capi di al Qaida a fare iftar – quindi a rompere il digiuno del mese sacro di Ramadan – in un ristorante a cinque stelle. Qualche giorno più tardi arriva anche il generale Qassem Suleimani, che si siede a tavola con i figli di Bin Laden, incluso Hamza, che qualche anno dopo sarà rilasciato con discrezione e verrà considerato come un possibile successore di Osama alla guida di al Qaida. Il venerdì successivo il generale Suleimani manda una macchina a prendere i figli di Bin Laden e li fa portare all’Università di Teheran, dove si sta addensando una folla immensa. I ragazzi sono portati in una stanza con cuscini e fiori che sta dietro al podio da dove l’Ayatollah Khamenei arringa la folla e assistono a tutto al suo discorso fino al gran finale con il boato “Marg bar Amerika”. Morte all’America. Quando si trattava di forgiare legami contro l’America, Suleimani era capace di vedere oltre le divisioni religiose e tesseva legami con un gruppo terroristico che in teoria apparteneva a un altro campo. Come molto altro, anche questo è un punto poco noto. Il governo americano ha dichiarato di avere ucciso Hamza con un’operazione speciale nel luglio 2019, qualche mese prima della morte a Baghdad di Qassem Suleimani. (dan. rai)