Addio agli spiriti animali tech

Kalanick paga uno stile di vita, anche: sui media di tutto il mondo sono rimbalzate le feste aziendali organizzate con donnine e alcol a Miami e Las Vegas, con Beyoncé a cantare per i dipendenti. Pratiche un po’ gangsteristiche, da “robber baron” nella migliore epica avventurosa del capitalismo americano (il sindaco di Portland, Oregon, non vuole Uber in città, così sparge per le strade ispettori pronti a multare gli eventuali Uber in circolazione, ma non sa con chi ha a che fare, perché Uber ha un software in grado di riconoscere i “nemici” come poliziotti, ispettori, autorità locali e di seminarli alla 007).
Uber come il suo fondatore ha incarnato più di tutti gli spiriti animali della Valle – giovani startuppari scappati di casa e dall’università che da un giorno all’altro si ritrovano pil da media potenza e groupie pronte a tutto più di tante rockstar. Rilevanza, sex appeal, investitori che finanziano e rifinanziano, fanno male all’ego di questi ragazzotti che si vantano di interrompere l’università non appena mettono a punto il primo business plan entusiasmante; dunque educazioni interrotte, poca esperienza, background familiari non da Circolo della Caccia. Quando però le cose si mettono male, viene giù tutto. Nel 2017 il movimento #deleteuber porta 500.000 clienti a disinstallare la app, considerata trumpiana perché i tassisti scioperano contro le prime leggi anti immigrati della Casa Bianca, e Uber un po’ goffamente si incarta e viene percepita come crumira. Poi Kalanick che a Los Angeles imbruttisce a un autista, che gli dice che a causa sua (di Kalanick) lui ha perso centomila dollari, perché l’azienda ha rivisto le tariffe, e il ceo filmato a sua insaputa gli dice “smettila di scaricare sugli altri le tue responsabilità”, che avrebbe anche senso ma nell’epoca del percepito viene trovata un atto di imperio del solito bianco maschio privilegiato. Insomma, un disastro, con Kalanick che fino alla fine non si pente.
Il micidiale ego risucchia tutto: a un certo punto Google Ventures, il braccio finanziario di Google, vuole investire in Uber. Lui li fa attendere, poi gli fa tirar fuori 250 milioni di dollari, e come segno di resa pretende anche una prima colazione col mitologico fondatore di Google Larry Page. Kalanick si prepara per andare al meeting, chiama un Uber, ma a un certo punto arriva un’auto senza guidatore. Google gli ha mandato quel prototipo di auto senza conducente a prenderlo: per fargli capire un po’ chi comanda, di chi è la supremazia morale nella Valle. E lui lì va fuori di testa. Il resto è storia, dopo vari traccheggiamenti Kalanick viene sostituito dall’iraniano-americano e soprattutto urbano Dara Khosrowshahi, già in forze a Expedia e nel board del New York Times. E adesso si dedica alla ristorazione che viaggia, mah.
Intanto proprio Page, assieme all’altro fondatore di Google, Sergey Brin, ha comunicato a fine dicembre la volontà di lasciare ogni ruolo operativo in Alphabet, la società capogruppo. Sundar Pichai, il Ceo che guidava già Google dal 2015, prenderà il loro posto anche nella holding, e i due hanno detto che insomma, già operativamente delegavano molto, ma si tratta comunque di una fuoriuscita di carisma senza precedenti dalla Silicon Valley (considerando anche Neumann siliconvallico ad honorem).
Certo sono quattro casi molto diversi, e c’è tutta una letteratura su ceo carismatici che a un certo punto vengono buttati fuori dalle società da loro fondate, e magari tornano ricchi e spietati come il conte di Montecristo (sì, esatto, Steve Jobs). E’ anche fisiologico che i fondatori, portatori di spiriti animali, celebrati proprio per questo, a un certo punto vengano sostituiti perché la fase avventurosa del business è finita e ci vuole qualcuno di più affidabile e banale.
Il fatto è poi che il carisma non è ereditario, come insegna lo stesso Jobs, sostituito dall’efficiente ma non sexy Tim Cook, che guida la Apple dopo la scomparsa del fondatore. Negli Stati Uniti c’è anche una cultura diversa da quella europea, dove arzilli vecchietti vendono e ricomprano le loro creature temendo di finire nel dimenticatoio. Là, qualcuno si dedica, anche grazie a un fisco incoraggiante, ad altre attività tipo salvare il pianeta, come fa Bill Gates che da anni non è più alla guida di Microsoft ma è impegnato nella fondazione aperta insieme alla moglie.
Oltre a tutto ciò c’è il fatto che la narrazione della Silicon Valley è molto cambiata. Le startup che fino a qualche anno fa erano viste come pioniere sono oggi colossi monopolistici a cui tutti fanno le pulci, sono diventate il nemico perfetto, come i notai o le autostrade da noi. La California, il principato che le ospita e simboleggia, una volta si vantava di questi suoi figli, mentre oggi non c’è praticamente candidato democratico che non abbia in mente un modo per punire le aziende tecnologiche. E’ stata anche appena introdotta una nuova legge sulla privacy – la prima finora negli Stati Uniti – che dovrebbe impedire alle aziende online di “vendere” i dati dei loro clienti.
Poi, c’è tutta una letteratura di “apocalittici” che sta prendendo piede. Shoshana Zuboff, la professoressa di Harvard che ha pubblicato “The Age of Surveillance Capitalism”, recentemente tradotta in Italia con “Capitalismo della sorveglianza” (Luiss University Press) teorizza e depreca quel sistema per cui noi cerchiamo meglio grazie a Google e a tutte le altre diavolerie, e in cambio le diavolerie cercano noi. Zuboff è ispirata da Tim Wu, giurista della Columbia, che col suo libro “The Attention Merchants”, ha teorizzato la trasformazione dei nostri dati personali in commodity. E poi c’è Roger McNamee, già finanziatore del giovane Zuckerberg, autore di “Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe Facebook”, in cui dice tutto il male possibile dell’azienda californiana, e per estensione sulla Silicon Valley.
Insomma, stare in prima fila nella Valle è diventato più faticoso negli ultimi anni: è come fare un lavoro che era molto cool e ora è diventato improvvisamente malvisto e cheap (tipo il giornalista). Qualcuno vuole rimanere sotto i riflettori. Qualcun altro se ne va. Tanti approfittano del momento per farsi un po’ da parte, e godersi i fantastilioni accumulati in attività più divertenti, come Google X, il laboratorio super segreto di Google che è la passione di Brin, dove si portano avanti i progetti speciali come gli occhiali, l’auto senza conducente e altre invenzioni avveniristiche. Come biasimarlo.
Michele Masneri