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David in lutto. A Cinecittà va in scena l’ennesima (e lentissima) ricorrenza funebre del cinema italiano
Dopo la premiazione ha iniziato a piovere: visti i problemi in cui versa il comparto dell’audiovisivo l’immagine è alquanto simbolica, sarà banale ma efficace. Del resto la realtà è un luogo comune. Senza soldi e pure senza cibo
di
9 MAY 26

Foto Ansa
Quando la piattaforma Mubi mi ha invitato a partecipare alla cerimonia di consegna del Premio David di Donatello 2026, “l’Oscar italiano” come si suol dire, non solo ho accettato l’invito, ma ho anche deciso che per l’occasione avrei noleggiato uno smoking, per la serie “quando mi ricapita”. (Per chi se lo stesse chiedendo: 220 euro, inclusi gemelli e scarpe di vernice). E’ una bella spesa, per giunta per quello che è a tutti gli effetti un capriccio, visto che l’invito richiede solo un generico “Black Tie”, insomma avrei potuto cavarmela con cose scure ed eleganti che ho già nell’armadio. Ma alla sartoria alla quale mi sono rivolto ho chiesto la fattura, perché il mio codice Ateco mi consente di scaricare fiscalmente lo smoking: mi piace questo lato burocraticamente buffo del mio essere una partita Iva regime ordinario ma anche “attrazione e vedette” (per usare la dicitura d’antan dei miei contratti in Rai), e ci tengo a contraddistinguermi con il mio stile ironico e mondano anche nei 740. Appena indossato, persino io – un brevilineo dal fisico asciutto ma mai abbastanza dritto con la schiena – con lo smoking sembro un po’ Cary Grant, o David Niven, o George Clooney, anche se in tutti i casi in miniatura. Non è affatto scomodo come la formalità dell’abito e l’inamidatura della camicia potrebbero far pensare, e persino le scarpe di vernice calzano morbide e leggere; davanti allo specchio, mentre mi aggiusto la fascia e il papillon, m’interrogo su come sia possibile che i miei contemporanei preferiscano indossare una tuta – con la quale siamo tutti orrendi – o degli anonimi jeans con una maglietta, piuttosto che apparire belli persino quando non lo si è di natura.
Quando dico al tassista di portarmi a Cinecittà, mi domanda se devo entrare nella casa del Grande Fratello; lo deludo dicendogli che no, vado alla cerimonia di premiazione dei David di Donatello, al che lui mi chiede delucidazioni su che cosa siano. E in queste poche battute c’è già tutta la crisi del cinema italiano, della quale l’evento a cui mi sto recando è l’ennesima ricorrenza funebre: si parlava di crisi del cinema italiano già ai tempi di Fellini, tanto che mi chiedo se la crisi del cinema italiano non sia essa stessa il cinema italiano; e occasioni come il David sono adesso come uno di quegli anniversari di un lutto ormai elaborato, dove non si rimpiange più il caro estinto, i sopravvissuti che partecipano alla funzione commemorativa non sono tristi, semmai incazzati (seconda fase del lutto), quando e se piangono è per l’eredità. Perché il tema qui (come altrove, anzi ovunque) sono sempre i soldi: i soldi dei contributi ministeriali che non arrivano, i soldi che l’Inps vuole indietro dai lavoratori dello spettacolo dopo la sentenza della Cassazione sul contenzioso ex Enpals, i soldi del tax credit, i molti soldi spesi per fare film che ne hanno incassati troppo pochi, i soldi che io ho speso per questo smoking che con mia grande sorpresa sono fra i pochi a indossare, visto che qui la maggior parte degli uomini ha optato per un semplice giacca-e-cravatta (alcuni manco quella). Altrove il cinema si interroga sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale; qui in Italia invece il tema sono ancora le sovvenzioni statali. E’ per i soldi – che non ci sono – se #siamoaititolidicoda, movimento trasversale di lavoratori nel settore cinematografico, che aveva proposto di boicottare la cerimonia di premiazione dei David di Donatello; ma alla fine sono venuti tutti e tutte – Sorrentino e Virzì, Favino e Ferzetti, Golino e Bruni Tedeschi, scenografi e costumiste, sceneggiatrici e truccatrici, molti di loro con appuntata la spilla di protesta “Non c’è Italia senza cinema” – e sono tutti e tutte all’interno del “set Antica Roma” scelto per ospitare il cocktail di benvenuto, i wall fotografici e il red carpet d’ordinanza. Location scenografica, nel vero senso della parola: davanti a me, una celebre attrice e regista italiana resta sbigottita nel constatare, prima notando della peluria sospetta sul “marmo” e poi toccandolo con mano, che lì è tutto finto, quello non è marmo ma vetroresina; e vedere con i miei occhi chi lavora nel cinema da anni scoprire solo in quel momento che il cinema è finzione, mi lascia dentro una sensazione di smarrimento mista a voglia di picchiare qualcuno.
Altrove il cinema si interroga sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale; qui in Italia invece il tema sono ancora le sovvenzioni statali.
Ma torniamo ai soldi: Gianni Amelio, venuto qui a ritirare il David alla carriera, si aggira per l’“antica Roma” ricordando a ogni microfono gli si presti a tiro che il cinema è un lavoro, e con il lavoro ci si deve in primis poter mangiare; e fa bene Gianni Amelio a porre l’accento sul tema alimentare, perché sin da subito appare chiaro che qui non si mangia. Il lungo tavolo allestito per il cocktail di benvenuto prevede acqua, succhi di frutta, prosecco, vino bianco e rosso: solo ed esclusivamente liquidi, nulla che si mastichi né che si spalmi sulla lingua, neanche dell’inflazionatissimo hummus. Forse per evitare i gabbiani o la tipica scena dello star system nostrano che si avventa sul buffet – per poi finire immortalati in qualche foto o video con una fetta di prosciutto che penzola dalla bocca – non c’è cibo a disposizione. Il poco che è stato previsto arriva, centellinato, su dei vassoi portati da algidi camerieri in grembiule che si aggirano fra gli invitati come cani anti-droga. Si tratta di minuscoli involtini di pesce, mini tartine al salmone, lillipuziani cannoli prosciutto e pistacchio, mignon cacio e pepe: siamo più nel campo della miniatura che del catering, il cibo ti sporca i denti e lì si ferma, nello stomaco non arriva niente. Stando al logo sui tovagliolini, a firmare questa bigiotteria alimentare è nientemeno che Marchesi, la celebre firma gastronomica milanese: in effetti per mangiare così poco bisognava rivolgersi a qualcuno abituato ai disturbi alimentari del mondo della moda, al suo posto un catering romano come minimo avrebbe sporzionato un pecorino, scodellato delle mozzarelle, avvolto tutto nel guanciale. Ma in fondo è giusto così: siamo a Cinecittà e stiamo fingendo un aperitivo, è un’esperienza cinematografica.
Così facendo però gli invitati alla premiazione, candidati e non, bevono a stomaco vuoto; ma forse più che un problema è la soluzione: come sopportare altrimenti quanto accadrà nelle prossime ore – la pressione sul red carpet, l’ansia per i premi, ma soprattutto l’estenuante diretta televisiva – se non ubriachi? Intanto il sole tramonta sugli abiti lunghi delle attrici, sui completi scuri degli attori, sulla cartapesta attorno a noi; e De Martino su RaiUno apre l’ultimo pacco. E’ tempo di scoprire chi sono i vincitori, e di premiarli; chi ancora ciondolava fra i set si affretta a prendere il suo posto in sala, alcuni nel teatro 23 in cui si terrà la cerimonia, altri dalla “Basilica Emilia”, enorme set coperto dove è stato allestito un maxi-schermo con file di sedie a disposizione, mentre i giornalisti si piazzano in sala stampa. Qui il grande schermo è sintonizzato su RaiUno, ma l’audio è fuori sincrono rispetto all’immagine, e l’effetto è molto “Fuori Orario” con Enrico Ghezzi; vista la circostanza il riferimento cinematografico è azzeccato, ma i giornalisti rischiano un attacco epilettico. Visto che nessuno viene a sistemare, molti mettono sui propri computer la diretta di RaiPlay, la quale però è in ritardo rispetto a quanto va sul grande schermo: il risultato è che in sala stampa cresce ulteriormente lo straniamento per non dire lo scoglionamento, così molti giornalisti finiscono con l’uscire dalla sala stampa spazientiti e si mettono a vagare per gli studios in preda a un attacco di labirintite.
Come sopportare altrimenti quanto accadrà nelle prossime ore – la pressione sul red carpet, l’ansia per i premi, ma soprattutto l’estenuante diretta televisiva – se non ubriachi?
Decisamente meglio la qualità della proiezione in Basilica: qui il maxi-schermo non è sintonizzato su RaiUno, ma riceve direttamente il segnale della diretta televisiva dalla regia – fuori onda compresi. Inoltre gli spettatori della Basilica sono meno composti di quelli del teatro 23: qui si fa del tifo da stadio per i film in gara. La curva più numerosa – nonché rumorosa – è quella per “Le città di pianura”, il film con più nomination, di cui otto nel corso della serata si trasformeranno in premi: a ogni statuetta vinta dal film di Francesco Sossai, il gruppo di tifosi si alza in piedi, si abbraccia, si bacia, mancano solo le vuvuzela.
A rovinare il clima di festa c’è solo la fame. Qui nessuno ha mangiato, e i punti di ristoro allestiti sia in Basilica che in sala stampa prevedono acqua e alcol in quantità ma nemmeno l’ombra di un tarallo, né delle noccioline. Voci incontrollate parlano di un buffet allestito in qualche capannone; ma ben presto la voce risulta del tutto infondata. Non c’è cibo da nessuna parte, il bar dentro Cinecittà è chiuso, qui in un’ora di premiazione siamo solo al terzo David assegnato e ne mancano altri ventidue. Evidentemente non solo il documentario su Giulio Regeni, ma neanche il catering ha ricevuto il finanziamento. E’ il panico: le persone cominciano a non reggersi più sulle proprie gambe, hanno gli occhi fuori dalle orbite, la pelle che aderisce alle ossa, le allucinazioni. Alcuni vagano per i set abbandonati, in cerca di avanzi di qualche cestino. Siamo fra appassionati di cinema non solo italiano, qui tutti hanno visto il film “Alive – Sopravvissuti”: si rischiano episodi di cannibalismo incontrollato. Finché qualcuno non dice: “Ma se chiamassimo un Glovo?”. All’inizio la reazione è timida e incerta, c’è scetticismo in sala (“Ma come fa a entrare...”); finché qualcuno non propone di far consegnare il cibo all’ingresso di Cinecittà: siamo lontani dai cancelli, ma se troviamo degli autisti compiacenti che ci portino avanti e indietro con le golf car con le quali ci hanno accompagnato qui prima che iniziasse questo incubo, potremmo riuscire nell’impresa. La speranza di sopravvivere alla fame rianima improvvisamente le persone che popolano la Basilica: si tenta un’alleanza per un’ordinazione in comune, poi però prevale l’individualismo o al massimo la solidarietà si esprime solo in piccoli gruppi; e ben presto tutti ignorano la premiazione, dedicandosi anima e polpastrelli a ordinare cibo d’asporto sulla app del proprio telefono.
Voci incontrollate parlano di un buffet allestito in qualche capannone; ma ben presto la voce risulta del tutto infondata
Poi alcuni coraggiosi volontari – fra i quali il sottoscritto – si avventurano nell’oscurità della tarda serata verso l’ingresso degli studios. Assieme ad altre due ragazze trovo un passaggio in macchina, e arriviamo ai cancelli che è appena arrivato il primo delivery. Per il secondo dobbiamo aspettare più minuti del previsto – scopriremo il perché solo alla consegna: il rider è sempre lo stesso, che fa su e giù con le nostre ordinazioni. Riusciamo a rimediare una golf car con la quale tornare alla base, e mezz’ora dopo l’inizio di quella missione che sembrava disperata eccoci nuovamente di fronte alla cerimonia dei David di Donatello, ma stavolta addentando hamburger, patatine fritte, nuggets di pollo e altro cibo spazzatura mai così buono come quella sera. Nel frattempo i premi continuano a essere assegnati con la velocità di un Intercity notte: a rallentare il tutto ci sono i discorsi dei premiati, che più che ringraziare colleghi o famigliari si cimentano nella geopolitica (il premiato per la miglior scenografia, stringendo la sua statuetta, fa un appello per la pace e il diritto internazionale); o, nel caso di alcuni David speciali assegnati a grandi maestri, si assiste a sproloqui senili che infangano carriere illustrissime.
Non manca il momento In Memoriam dedicato a chi ci ha lasciato nell’ultimo anno, fatto sulle note di “Nessun grado di separazione” di Francesca Michielin promosso per l’occasione a memento mori: in teoria doveva essere un omaggio sul palco “alle vittime del cinema italiano”, cioè ai morti recenti di categoria (Claudia Cardinale, Lea Massari...); poi però arrivano alle spalle della cantante anche i nomi delle gemelle Kessler, di Pippo Baudo, e ben presto appare chiaro che è una sorta di riassunto di tutti i morti dell’ultimo anno, non solo del mondo del cinema ma in generale, viene anche il dubbio che fra i vari nomi per lo più anonimi che scorrono sullo schermo ci sia anche qualche semplice parente di qualcuno, passato a sua volta a miglior vita come succede ai grandi attori come all’ultimo degli stronzi.
Nel frattempo è passata la mezzanotte e mancano ancora un sacco di premi da assegnare. Quando la regia televisiva stacca sulla platea del teatro 23 si iniziano a vedere diverse poltrone vuote, lasciate libere da chi ha abbandonato la sala sfinito o in preda alle convulsioni; chi è rimasto invece ha gli auricolari nelle orecchie, o il telefono in mano, o le dita nel naso. E’ l’una e mezza di notte quando la cerimonia giunge alla conclusione. “Le città di pianura” di Francesco Sossai ha fatto incetta di premi, fra i quali anche miglior film e miglior regia; ora non resta che festeggiare “andando a bere l’ultima”, come dicono nel film. Ma non siamo a New York né nel Trevigiano bensì a Roma, e vallo a trovare qui un posto aperto di mercoledì notte – e infatti non si trova. Intanto ha iniziato a piovere, ma bisogna uscire dal teatro: è un fuggi fuggi generale di tacchi alti nelle pozzanghere e giacche da uomo usate come cappucci per ripararsi le calvizie. Sossai esce trionfatore dal teatro 23 e in un minuto è già tutto bagnato, con le statuette strette in grembo che sgocciolano come lui. Piove sul cinema italiano: visti i problemi in cui versa il comparto dell’audiovisivo l’immagine è alquanto simbolica, sarà banale ma efficace. Del resto la realtà è un luogo comune.