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“Le città di pianura” e l’arte che può salvare solo se annega nell’alcol
Finalmente ai David di Donatello trionfa chi non fellineggia a vanvera, chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, chi non solletica il banale estetizzante che è in noi. Un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario
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9 MAY 26

Che emozione “Le città di pianura”, il film di Francesco Sossai (regista) e Adriano Candiago (cosceneggiatore e casting). I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario. Arrivo buon ultimo. Qui Mariarosa Mancuso lo trovò strepitoso e ha tratto dalla terra desolata di Eliot la metafora del gelato calpestato. Qui Giovanni Battistuzzi notò nella sua apologia dell’opera che il mondo può fare a meno degli eroi, se ci siano i personaggi. Qui Riccardo Carlino ci chiese di capire con il film “quanto sia dolce sbranare la vita senza troppe fisime”.
Non c’è altro da dire, niente da aggiungere. Salvo insistere su un punto a tutti noi caro dai tempi della Barney’s Version del grande Mordecai Richler e del tormentone che la rese in Italia un bestseller: il cinema e l’arte possono salvare, parola grossa, ma, evidentemente, solo quando annegano nell’alcol o in un suo Ersatz, nel vaniloquio che è il vero umorismo, in uno spiritoso sentimento della vita che non si guarda allo specchio e offre un panorama di rovine in movimento, di storie abbrutite come testimonianza di energia e di bellezza. “Siamo troppo vecchi ormai per crescere”, dice Doriano a un certo punto; e qui scatta l’applauso a ciglio umido. Quando mi permetto di usare l’abuso, la parola manifesto, è solo per raffreddare l’emozione sorgiva di un racconto neorealista e oltre ogni possibile reale, di un cinema di strada che distrugge la filosofia del tinello e della tribuna, che ripristina la migliore tradizione della commedia all’italiana, senza i suoi vezzi e le sue corrività, che sventra estetismi e citazionismi maldestri del Grande Maestro Collettivo di cui si dimostra che si può fare a meno senz’altro.
Basta un primo piano in sequenza dei protagonisti di pianura per capire che Elio Germano è bravino ma ruffiano, che Toni Servillo è bravissimo ma ne hanno fatto una piccola icona che ha sempre gli stessi occhi, che lo sguardo di Virzì è pallido e imitativo nonostante il gran mestiere, che il Sorrentino dei grandi successi di botteghino e di critica, da quando ha deciso di rinnegare qualche potenzialità sottile dei primi film, è una boiata pazzesca, che la conversazione su Heidegger di Guadagnino è un breakfast analcolico al quale manca la correzione forte del caffè. Chissà perché, attraverso una scarica di statuette poi, ci si può finalmente compiacere dell’esistenza non di un altro cinema o di un’altra letteratura, ma di un altro mondo psicologico e amorale a disposizione di chi ci sa fare davvero con i tesori sepolti e ci dà dentro con un bicchiere all’alba, come Sossai e Candiago.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.