A Bolsena si risvegliano gli Etruschi. Un santuario montano, i volontari di Turan, la possibilità di un Museo

Alessandro Giuli

    Che succede, se gli Etruschi si risvegliano? A nord di Bolsena, sulle rive del lago vulcanico più grande d’Europa, la memoria del sangue non ha smesso di palpitare. Ma da qualche anno ha preso a tambureggiare più forte; e il ritmo cardiaco è cresciuto in modo impetuoso dal 2011, quando è stato scoperto un tempio misterioso sulla cima vulcanica del Monte Landro, il più alto dei rilievi volsiniensi (584 metri). Avevo letto qualcosa al riguardo su uno dei numerosi libri di Giovanni Feo, il quale riconduce l’area sacra appena scavata a un culto ancestrale dei Tirreni: il tempio sarebbe stato fondato nel V secolo prima dell’èra volgare, presenta tracce che arrivano fino al III-IV secolo e.v. ma la zona risulta frequentata dall’età del bronzo. La divinità titolare del culto sarebbe Velchans, Vulcano etrusco, il cui sigillo sarebbe incardinato dentro la cella templare nelle sembianze d’una corona di pietre che racchiude una portentosa efflorescenza lavica. Così secondo Feo. Gli archeologi ufficiali, come Adriano Maggiani (Etruscologia e Archeologia Italica all’Università Ca’ Foscari di Venezia) ed Enrico Pellegrini (Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e dell’Etruria meridionale) hanno trovato fra l’altro un puteal (votivo?), un’antefissa femminile nimbata e con berretto frigio, un’altra antefissa a testa di satiro con una pelle leonina sulla testa; e poi numerosi pesi da telaio, indizio di un nume femminile, e una lancia che fa pensare una divinità guerriera. “L’associazione di questi oggetti con tre piccole clave fittili – scrive Pellegrini –, che evocano la presenza di Hercle, potrebbe suggerire un culto a Menerva, costante protettrice dell’eroe”. Chissà…

     

    Sono stato sul Monte Landro giovedì scorso, all’indomani del Tubilustrium, che è il giorno in cui i sacerdoti antichi purificano i litui e le trombe di guerra. Perciò la mattina era rischiarata da un vento sacro di primavera, un soffio fecondatore sgorgato dagli strumenti della sapiente musica marziale con la quale gli avi nostri inauguravano il risveglio della natura e al cui suono conquistavano città straniere. Raffiche luminose, bagliori remoti. Alla sommità del monte, una terrazza naturale avvolge in un solo sguardo l’intero lago: visione ciclopica. Gli scavi ora sono protetti dai teli invernali, in attesa della prossima imminente campagna. Forse è bene così, perché così non c’è distrazione profana a interferire con il tentativo di accordarsi al ritmo sottile che unisce il vasto e virile cielo soleggiato degli Etruschi alla loro terra consacrata e all’acqua della dea Urkla, la signora del lago, finestra degli abissi vulcanici. Il santuario ha un orientamento nord-sud, e fa pensare a un auguraculum naturale, luogo eletto alla presa degli auspici, all’ascolto del silenzio… Ma quando il vento turbina non c’è posto che per la sua voce, la voce degli avi che si risvegliano. E a indirizzarmi qui è stato un ragazzo del luogo, Fabio, nativo di San Lorenzo Nuovo, nel quale la voce degli antenati tirreni riemerge tenace da profondità ancora insondate (un caso che abbia chiamato sua figlia Gaia?). Fabio conosce bene la zona, non è archeologo ma fa il volontario nel Gruppo Archeologico Turan (la Venere degli Etruschi). E’ stato lui a scoprire qui un prezioso frammento di pietra lavica (6X5 cm circa) con un’iscrizione che non trova riscontri nel corpus epigrafico a disposizione degli etruscologi: [-]rpta / vech[- - -]. Una lettura un po’ frettolosa ha indotto Feo a leggere velch al posto di vech, e a scorgere la firma del nume vulcanico lì dove forse appare altro (vech=Vegoia, la ninfa dei primordi?). Eppure le tracce laviche non mancano, al punto che un anziano del luogo narrava d’un lembo rettangolare di terra nel santuario sul quale la neve non attecchiva, venendo liquefatta da un calore viscerale. Gli accademici oppongono cautele e scetticismi. I nativi esplorano ogni possibilità con entusiasmo (che è la presenza interiore del nume), fanno collegamenti fra i vari toponimi – la vicina località di Pomele, chiaramente derivata dai pomi della fruttifera dea Pomona, rinvia forse al dio Vertumnus-Voltumna o Velthe a cui era dedicato il Fanum federale della dodecapoli etrusca? –, organizzano incontri pubblici e ricerche private. Fosse per loro, dovrebbe essere ben scavata anche la vicinissima chiesa rurale dedicata alla Madonna di Torano, il cui nome richiama quello di Turan, e forse proprio a lei è dedicata un’ara in nenfro ancora ben conservata e visibile al di fuori della chiesa. A pochi metri da lì, ho conosciuto Enrico Pellegrini della Soprintendenza, è stato Fabio, insieme con suo zio, a presentarmelo. Ci siamo incontrati nella così detta Tomba della Colonna dove i volontari sono sempre al lavoro. Pellegrini andrà in pensione tra quattro anni, ma prima di allora vorrebbe veder realizzato un progetto a cui tiene molto, incoraggiato com’è dalla gente del luogo: “Istituire a San Lorenzo Nuovo il Museo dei luoghi di culto etruschi e romani del lago di Bolsena”. E’ un’idea bellissima, che oltretutto risolverebbe un dualismo del tutto anacronistico tra gli Etruschi e i Romani che qui sono percepiti a volte come inquilini giovani e troppo prediletti dagli archeologi. E invece si tratta di popoli fratelli nella più grande comunità di destino formata da tutti gli antichi popoli italici. Se si risvegliano gli Etruschi, quelli autentici, i genuini aborigeni non ancora offuscati dalle seduzioni decadenti e fatalistiche degli orientali punicizzati, sarà un bene anche per Roma di cui i Tirreni sono stati per secoli il nerbo occulto, la guardia pretoriana e i custodi di una scienza fulgurale sopravvissuta a ogni desertificazione.