Le feste della Magna Mater, una palinodia necessaria, il modello apollineo di Augusto

Alessandro Giuli

    Ieri ricorreva il giorno di festa per la Grande Madre degli Dei, Cibele romana. A lei ho dedicato uno studio uscito quattro anni fa – “Venne la Magna Madre: i riti, il culto e l’azione di Cibele Romana”, Settimo Sigillo –, un libro nel quale muovevo dalle premesse speculative del neoplatonismo per cercare una sintesi tra il culto prisco del patriziato e l’arrivo di una divinità dai tratti esotici, orgiastici, asiatizzati. Feci mia l’osservazione di Marco Baistrocchi (“Arcana Urbis”, Ecig 1987): “Non si trattò quindi di ‘conferire diritto di cittadinanza ad un culto orientale’, ma di accogliere una Dea nazionale che dal diuturno contatto con popolazioni locali aveva semmai acquisito delle sovrastrutture inaccettabili per il popolo romano”. Aggiunsi, poi, con qualche fondamento empirico ma di natura solo esteriore, che la Magna Madre costituì una risorsa vitale in seno al paganesimo tardoantico assediato dalla monolatria. Corredai il lavoro con una mole di riferimenti eruditi tesi, nell’essenza, a depurare il carattere disgregatore del culto orientale, facendo leva sulla generosità di un patriziato in guerra contro i Punici e disposto a garantire che i ludi Megalensi restassero “more institutisque maxime casti, sollemnes, religiosi” (Cicerone).

     

    Tornassi indietro, non penso che ne scriverei così, non ne scriverei e basta: la tesi di fondo non regge alla prova di una conoscenza superiore, metastorica, secondo la quale non oportet occuparsi di eventi così traumatici senza aver prima realizzato una condizione interiore chiarificatrice: un contravveleno rispetto alla possibilità di legittimare l’irrompere di forze oscure che si fanno beffe della buona fede o dell’ingenua pretesa di ordinare l’informe senza strumenti adeguati. Faccio dunque mio questo aureo insegnamento: “Il Senato non fu in grado di controllare l’intrusione di influenze avverse alla spiritualità ario-romana, soprattutto perché l’emergente ceto politico ormai si apriva alle ‘novità’ che giungevano dalla Grecia asiatizzata. In tal situazione riuscirono a irrompere nel cuore della romanità quegli elementi demonici e materialisti che erano rimasti latenti nei substrati della popolazione”. E in consonanza con tale convinzione, su un piano meno elevato, riporto alcune righe tratte da un’accurata biografia del “fondatore dell’impero che cambiò la storia di Roma e del mondo”, “Augusto”, di Arnaldo Marcone (Salerno editrice): “Augusto, nel suo intento di ripristino della tradizione religiosa romana, fondamentalmente marginalizzò i culti orientali che pure a Roma erano molto popolari: l’unica eccezione riguardò quelli che erano radicati da tempo nella prassi cultuale, per i servigi che le divinità avevano prestato allo Stato romano. Il tempio della Magna Mater sul Palatino, che era stato costruito nel 205 a.C. come risposta a una richiesta dei libri sibillini, bruciò a causa di un incendio nel 3 d.C. Per quanto il ruolo della Magna Mater come divinità dello Stato anche in rapporto con gli antichi Troiani trovasse posto nella poesia, Augusto ricostruì il tempio, che era ubicato nei pressi della sua casa, non in marmo ma solo in peperino, e ne confinò il culto ai liberti”. Il punto di vista augusteo, pragmatico e tradizionale, mi sembra inaggirabile: una volta riconosciuta la penetrazione di presenze allogene al seguito del culto metroaco, il Princeps fece leva su quel che rimaneva di luminoso e genuino, cioè vivente nel genio patrio – in una parola: apollineo – nel mos maiorum di un’aristocrazia che aveva visto progressivamente impoverirsi il proprio sangue dai tempi dell’eccidio di Brenno. Le risorse endogene c’erano, così come esistono ancora oggi, ed è a queste che bisogna fare appello, sopra tutto nelle fasi di decadenza. E si deve farlo stando attenti a non precipitare nel fatalismo oscuro degli sconfitti – sì, fra gli Etruschi dell’ultimo saeculum furono numerosi gli agenti di una “palese involuzione tellurica di molti riti e simboli” (J. Evola) – o nell’euforia disperata indotta dagli oracoli inquinati. Teniamo presente quanto Cicerone ci ha tramandato, riportando una sentenza di Ennio: “Moribus antiquis res stat Romana virisque. Questo verso per brevità e verità mi sembra proferito da un oracolo”, è la voce della sapienza remota e fatidica dei primissimi senatori.

     

    Attenzione infine a non considerare l’età augustea come un bagliore solitario nei cieli tempestati di Roma. Per quanto involuta potesse essere l’Urbe storica, uscita esangue dalle guerre civili e circondata dagli incombenti inquilini della sovversione, l’olimpica virtù dei Maggiori prevaleva ancora sulla licenziosità e sull’ateismo. Come ha scritto un altro biografo e ammiratore di Augusto, lo scozzese John Buchan (“Augustus”, Castelvecchi): “Nell’aristocrazia c’erano senza dubbio dei degenerati, ma la maggioranza dei suoi membri viveva con onore del proprio lavoro. Fra le classi medie della città e della campagna, il livello morale era quello di tutte le epoche. Ma una felice vita famigliare come la troviamo in Plinio il Giovane era piuttosto la regola che un’eccezione. La vita era frugale, poiché il romano si moderava nel bere e nel mangiare, era umile nel vestire, amante della pulizia e passava gran parte del giorno all’aria aperta”, ovvero in contatto con le forze ancestrali del cosmo vivente, retto da Giove e dalla sua misura, da una costumatezza mai bigotta epperò intonata alla dignitas dell’avo Enea, che purificò le ultime scorie asiatiche di Troia volgendosi al Sole laurente, nobilitato dal lauro dei Patres latini.