I sauditi fanno shopping di reattori atomici e droni (francesi in vantaggio)

L’Arabia Saudita è in cerca di centrali nucleari e droni armati sul mercato internazionale e così scatena la competizione tra i possibili fornitori. La settimana scorsa il ministro francese del Rilancio produttivo, Arnaud Montebourg, accompagnato dai manager delle due grandi compagnie francesi del nucleare, Areva ed Edf, è arrivato in Arabia Saudita per la seconda volta in tre mesi – era già stato a Riad in gennaio. Gli occhi sono sul progetto saudita per costruire almeno diciassette reattori per l’energia civile in tempi non troppo lunghi: il primo dovrebbe entrare in funzione nel 2020.
30 MAR 13
Ultimo aggiornamento: 10:42 | 6 AGO 20
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L’Arabia Saudita è in cerca di centrali nucleari e droni armati sul mercato internazionale e così scatena la competizione tra i possibili fornitori. La settimana scorsa il ministro francese del Rilancio produttivo, Arnaud Montebourg, accompagnato dai manager delle due grandi compagnie francesi del nucleare, Areva ed Edf, è arrivato in Arabia Saudita per la seconda volta in tre mesi – era già stato a Riad in gennaio. Gli occhi sono sul progetto saudita per costruire almeno diciassette reattori per l’energia civile in tempi non troppo lunghi: il primo dovrebbe entrare in funzione nel 2020. Per conquistare il contratto e battere i rivali americani e gli agguerritissimi consorzi giapponesi e sudcoreani (tre anni fa un consorzio nucleare coreano ha soffiato ai francesi un affare da 40 miliardi di dollari a Abu Dhabi), le due multinazionali di Parigi hanno messo da parte la loro rivalità e hanno creato una partnership con il Saudi BinLadin Group, la multinazionale saudita di proprietà della famiglia Bin Laden. I tre gruppi lavorano assieme in un ufficio congiunto aperto a Riad dai francesi nove mesi fa. Lì, lunedì scorso, Areva e Edf hanno incontrato “dozzine” di compagnie saudite per iniziare a reclutare i subappaltatori locali, perché “identificare e certificare le aziende che possono partecipare a un programma nucleare richiede tempo, anche se la decisione finale del Regno deve essere ancora annunciata”, dice Tarik Choho, un manager di Areva. Come dire: il nucleare in Arabia Saudita può essere un affare d’oro, ma presenta problemi più delicati del solito.
Areva è una compagnia di stato del nucleare francese, con vasti interessi nel mondo, dai paesi europei alla Cina, all’Africa equatoriale, al Sudafrica. Il Binladin Group è un potere influentissimo in Arabia Saudita (e per questo lo scandalo fu così grande quando Osama, uno dei figli del fondatore, diventò un ricercato globale per terrorismo). Sarà una partnership interessante tra aziende di stato – o quasi – che occupano posti strategici.
L’Arabia Saudita sente che non potrà più fare affidamento soltanto sulle riserve nazionali di greggio ancora a lungo e sta cercando di diversificare le fonti d’energia. Il ministro francese Montenbourg ha già in tasca un incontro fruttuoso nel novembre 2012 tra il presidente François Hollande e re Abdullah e una mezza promessa fatta nel 2011 tra francesi e sauditi sulla fornitura di tecnici e know how tecnologico.
I sauditi sono alla ricerca pure di droni armati. Hanno incassato un “no” da parte di Washington che fornisce i droni armati soltanto agli alleati più stretti – anche se ha dato il via libera alla General Dynamics per vendere Predator non armati a Abu Dhabi – ma il regno non è incluso nella lista. L’Arabia Saudita non può comprarli nemmeno dalla Cina, troppo legata all’Iran, né da Israele, e allora secondo fonti francesi si è rivolta alla Denel Dynamics, azienda di stato della Difesa sudafricana, che avrebbe un modello chiamato Seeker 400 capace di sparare missili a guida laser a 10 chilometri di distanza.
Con nucleare civile e droni armati il Regno tenta di chiudere il gap tecnologico con l’Iran, che ha reattori atomici già in funzione e almeno due modelli diversi di droni militari. Per ora però i sauditi non hanno il sistema di satelliti militari che è necessario a far volare i droni. Gli unici ad averlo nell’area sono gli americani, che hanno una base di droni attiva nel sud del paese – ma non lo condividono.