Il terrorismo senza cellule. Il nuovo percorso della radicalizzazione

Dagli arresti di Modena, Firenze, Reggio Emilia e Bologna emerge un nuovo modello: giovani radicalizzati online, micro-percorsi individuali e contaminazioni tra jihadismo e suprematismo. "Oggi il problema è la velocità più che la struttura”, dice l'analista Daniele Garofalo

18 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 17:02
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ANSA

Tre arresti in meno di un mese per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale non fanno una prova, ma meritano una riflessione. Dopo la tentata strage di Modena da parte di un cittadino italiano di origine marocchina, lo scorso 16 maggio, due ragazzi sono stati arrestati a Firenze e Reggio Emilia. Il primo è un quindicenne tunisino che secondo gli investigatori interagiva online con ambienti riconducibili allo Stato islamico e si dichiarava pronto a ricevere istruzioni operative. Il secondo è un ventiduenne italiano di origine marocchina che avrebbe manifestato l'intenzione di compiere un attacco con coltello e avuto contatti con un sostenitore dell'Isis. Ieri a Bologna l'ultimo caso: l'arresto di un sedicenne nell'ambito di un'indagine che avrebbe evidenziato una contaminazione tra propaganda jihadista ed estremismo suprematista, con possesso di materiale propagandistico e manuali per la costruzione di armi e ordigni artigianali. “Non parlerei di eventi isolati, ma nemmeno di una nuova stagione del terrorismo organizzato”, dice al Foglio Daniele Garofalo, analista che si occupa di monitorare fenomeni legati al terrorismo jihadista, sicurezza e minacce internazionali attraverso una sua piattaforma di intelligence strategica. L'elemento comune riguarda il fatto che si tratta di soggetti molto giovani, radicalizzati prevalentemente online, che sviluppano una disponibilità alla violenza senza necessariamente appartenere a una struttura terroristica tradizionale, spiega Garofalo. Uno scenario molto diverso da quello delle cellule organizzate che l'Europa ha conosciuto tra il 2014 e il 2017. “Oggi la tendenza è la diffusione di percorsi di radicalizzazione individuale o micro-collettiva, alimentati da ecosistemi digitali transnazionali”. Con una caratteristica: meno struttura e più velocità.
Il punto allora non è stabilire se l'Italia stia vivendo una nuova ondata paragonabile agli anni del Califfato, ma capire se il bacino dei soggetti vulnerabili alla radicalizzazione digitale sia diventato più ampio e più difficile da intercettare. Il rischio di confondere gravi episodi di disagio individuale con fenomeni collettivi esiste, ammette l'analista. Ma l'intelligence contemporanea distingue tra vulnerabilità e radicalizzazione: “La vulnerabilità può essere costituita da isolamento sociale, crisi identitaria, problemi familiari, esclusione o ricerca di appartenenza. La radicalizzazione inizia quando queste vulnerabilità vengono intercettate da una narrativa ideologica che fornisce tre elementi fondamentali: un nemico, una causa e una giustificazione della violenza”. Parole che abitano il dibattito politico e sociale contemporaneo, segnato da guerre che polarizzano il mondo prima ancora delle idee. È in questo solco che la fragilità può incontrare la radicalizzazione. E non importa neppure quale bandiera rappresenti, come ci racconta la storia del sedicenne bolognese sedotto dal jihad e dal suprematismo insieme. “Questa è probabilmente la questione più interessante emersa negli ultimi anni. A livello ideologico, suprematismo bianco e jihadismo sono incompatibili. A livello psicologico e operativo, invece, possono convergere”. I punti di contatto non stanno nella dottrina ma nell'impostazione. “Glorificazione della violenza; logica amico-nemico; visione apocalittica del mondo; culto del martirio o dell’eroismo militante; odio verso il sistema liberale occidentale; fascinazione per l’azione violenta come strumento di trasformazione politica”, sono i tratti che l'analista individua. E che funzionano con contenuti jihadisti, suprematisti, accelerazionisti, complottisti, sovversivi, anarchici, anti-occidentali e antisemitici. Tutto si tiene, a patto di abbandonare le categorie del passato. A partire dalla guerra di religione come principale movente del terrorismo. “Molti giovani radicalizzati mostrano una conoscenza religiosa superficiale. La religione diventa spesso il linguaggio attraverso cui viene giustificata una scelta che nasce da rabbia, identità, ricerca di appartenenza, desiderio di riscatto o volontà di dare un significato alla propria esistenza”, spiega Garofalo. “Un suprematista bianco può radicalizzarsi senza alcun riferimento religioso. Un jihadista, invece, finisce quasi sempre per collocare la propria azione all’interno di una narrativa religiosa. La religione non è sempre il punto di partenza, ma nel jihadismo rimane quasi sempre il principale fattore di legittimazione della violenza”.
Rabbia, identità, appartenenza, sono forse gli elementi su cui soffermarsi con più attenzione, allargando lo sguardo oltre la cronaca. “Un aspetto spesso sottovalutato riguarda i giovani che sviluppano una percezione di ingiustizia globale. La propaganda contemporanea non parla quasi mai di teologia in prima battuta. Parla di Gaza, Ucraina, discriminazioni, guerre, crisi internazionali, presunte persecuzioni. Successivamente queste tematiche vengono reinterpretate dentro una cornice estremista”. Attenzione alle semplificazioni: “Il tema non è la causa palestinese in sé. Il tema è chi utilizza quella causa per promuovere narrative di odio, delegittimazione delle istituzioni democratiche o legittimazione della violenza. I gruppi jihadisti, reti vicine alla Fratellanza Musulmana, apparati mediatici filo-iraniani, filo-Hezbollah e filo-Hamas e attori estremisti cercano di sfruttare temi come Gaza o similari per costruire mobilitazione emotiva e polarizzazione politica”.
Il punto di contatto tra soggettività e radicalismo oggi non si trova nella rete sociale tradizionale, con il modello classico del reclutatore che contatta direttamente la vittima. Per questo una lettura esclusivamente centrata sui luoghi fisici di aggregazione religiosa rischia di non cogliere la trasformazione del fenomeno. Al contrario, è l'isolamento che conduce a un uso massiccio di internet e può avvicinare a certe ideologie. “Una persona può iniziare guardando video sulla guerra a Gaza, passare a canali che parlano di presunte cospirazioni globali contro i musulmani, approdare a contenuti che glorificano Hamas o lo Stato Islamico, poi a propaganda jihadista e infine a manuali operativi”, osserva l'analista, secondo cui lo stesso meccanismo può verificarsi in ambienti suprematisti o neonazisti. “Le piattaforme aperte servono per l’esposizione iniziale. Le chat chiuse servono per la radicalizzazione avanzata. Spesso si inizia su Instagram e TikTok, poi si passa su Telegram e Signal, infine si giunge a browser come Tor e app come Rocket.Chat o Chirpwire”.
La recente cronaca degli arresti sembrerebbe indicare una continuità territoriale. Ma secondo l'analista il filo che li unisce è investigativo e sociologico. “L’asse tra Emilia-Romagna e Toscana non indica necessariamente l’esistenza di una rete locale, ma si caratterizza per aree densamente popolate e altamente connesse, per la forte presenza di giovani e comunità etniche e religiose diverse e per la presenza di apparati investigativi molto attivi e specializzati”. Il lavoro delle autorità, a giudicare dai fatti, sembra bene indirizzato. “Non stanno aspettando l’attentato, intervengono nella fase di mobilitazione”, nota Garofalo, secondo cui questo è il risultato di anni di investimenti nella prevenzione, nel monitoraggio online e nella cooperazione tra Digos, Polizia di prevenzione, Ros e analisti specializzati. “Francia, Belgio, Germania e Regno Unito hanno mostrato che individui apparentemente marginali possono trasformarsi rapidamente in attori violenti. Da queste esperienze la prima lezione è evitare la sottovalutazione”. La seconda, continua l'analista, è evitare la polarizzazione. “Quando il dibattito pubblico e l’associazionismo trasformano ogni questione in uno scontro identitario, i gruppi estremisti prosperano. La propaganda jihadista, quella suprematista e quella promossa da alcuni ambienti radicali filo-iraniani o legati all’islamismo politico hanno un obiettivo comune: dividere la società in blocchi contrapposti e incompatibili”. L'antidoto migliore sta nella comprensione del fenomeno e nella capacità di trasformare la consapevolezza in azioni di prevenzione, anche dal punto di vista culturale. “La risposta efficace non è l’allarmismo – conclude Garofalo – ma la capacità di individuare precocemente i processi di radicalizzazione, distinguendo sempre tra dissenso politico legittimo, attivismo ideologico e sostegno alla violenza. Questa distinzione sarà probabilmente una delle principali sfide di sicurezza interna per l’Europa nel prossimo decennio”.