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Aldo Moro, leader e maestro. Il ricordo di Valter Mainetti
All’università “godeva di un rispetto assoluto”. Si fermava con gli studenti, “ascoltava con attenzione e si ricordava tutto… L’insegnamento essenziale che ci diede fu il rispetto dell’altro. E poi la dedizione”
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21 SEP 18
Ultimo aggiornamento: 06:07 PM

[Rapito e assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, Aldo Moro era nato esattamente centodue anni fa, il 23 settembre 1916, a Maglie, in provincia di Lecce. Pubblichiamo per l’occasione un’intervista a Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e allievo dello statista democristiano negli anni dell’università. L’intervista è stata realizzata da Giovanni Filippetto (montaggio di Novella Cucci) per la docufiction “Aldo Moro - Il professore”, prodotta da Rai Fiction e Aurora Tv, ed è stata in parte trasmessa nel maggio scorso su Rai Uno. La regia del programma era di Francesco Miccichè].
Partiamo dal 16 marzo 1978. Lei dov’era e quale fu il suo stato d’animo quando apprese la notizia?
Ricevetti una telefonata a casa dalla segreteria politica della Democrazia cristiana. Anzi fu mia moglie a rispondere, perché ero fuori. Mia moglie mi chiamò dicendomi “Hanno rapito Moro”. “Come?”. Me lo sono fatto ripetere più volte perché ero incredulo. Non pensavo che una cosa del genere potesse mai accadere. Eravamo avvezzi ai rapimenti che in quel periodo erano abbastanza frequenti, ma mai avrei pensato che un personaggio così protetto, come il Presidente, potesse essere rapito. Rimasi sgomento.
Che pensò di fare? Come reagì?
Annullai tutti gli appuntamenti. Avrei dovuto andare anche fuori Roma, e mi recai immediatamente in via Fani, dove trovai l’area del rapimento recintata. Macchine della polizia, carabinieri, c’era di tutto. Riuscii comunque ad arrivare a parlare e chiesero a noi studenti accorsi, in particolare a Franco Tritto e a me, quante fossero le borse di Moro. Un particolare che sembrava preoccupare molto gli inquirenti.
Voi le trovaste le borse di Moro?
No. Spiegammo che normalmente il Presidente teneva alcune borse in macchina. Ed era il maresciallo Leonardi, che era il capo della scorta, a provvedere al trasferimento delle borse dal portabagagli della macchina a casa, e poi da casa di nuovo alla macchina, quando andavano a prendere il Presidente. Le macchine erano tre e venivano alternate. Ci chiesero anche quale fosse il contenuto. Noi sapevamo che una era per il collegio, una per le tesi universitarie, un’altra era per la corrispondenza privata. Il contenuto delle borse, quando sostavano nello studio di Moro, in via Savoia, veniva rimesso a posto dalla segretaria personale, Liliana Fantasia. Ma di più non sapevamo. Erano preoccupati che le borse contenessero dei segreti di Stato, ma questo noi studenti non potevamo saperlo.
Quindi le borse di Moro erano una specie di ufficio viaggiante?
Sì. Il Presidente stava spesso in macchina. Andava a volte a Bari con l’auto e molto spesso a Terracina. Utilizzava il viaggio per rispondere alla corrispondenza. E le borse lo accompagnavano sempre per svolgere questa parte del suo lavoro.
Valter Mainetti con Aldo Moro a Bari durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del giugno 1976
Parliamo di Moro come professore universitario. Lei come l’ha conosciuto?
Ero iscritto a Scienze politiche e decisi di frequentare anche le lezioni di Moro, che ancora non facevano parte del mio piano di studi. Non trattavo l’università come un esamificio, per me era un ambiente da frequentare a tutto tondo. Quando un amico, Gianni Castelvecchio, mi informò che Moro, il ministro degli Esteri, teneva delle lezioni, decisi di frequentarle regolarmente. Lo chiamavamo “Presidente” perché era già stato presidente del Consiglio.
Com’erano le lezioni del professor Moro?
Meravigliava un po’ tutti che lui prendesse le presenze. Faceva l’appello e tutti dovevano rispondere. Ho ricevuto in dono alcune schede del registro di quegli anni. Ci sono tutti i nomi, con accanto delle bacchettine che corrispondevano alle presenze. Lui ci teneva molto. Quando c’erano le esercitazioni, controllava che lo studente avesse frequentato le lezioni. Altrettanto stupefacente era la chiarezza del Moro professore, rispetto alla complessità dei discorsi del Moro politico. Sapeva mettere lo studente a suo agio, per fargli comprendere in una maniera molto lineare anche dei concetti piuttosto complessi.
C’era molto rispetto nei suoi confronti?
Moro godeva di un grande rispetto. Ho frequentato l’università dall’inizio del ’71 fino al luglio del ’73, e ho sempre notato un rispetto assoluto. Molto di più di quanto fosse riservato ad altri politici che a quel tempo insegnavano nella facoltà di Scienze politiche.
Anche durante eventuali contestazioni da parte degli studenti?
In quel periodo non ricordo contestazioni. Dopo, dal ’74 in poi, andavo all’università solo per salutarlo, ma anche allora non sono mai stato presente a contestazioni. Tranne a quella famosa di Pannella, ma fu un po’ un gioco.
Ce la può raccontare, se se la ricorda?
Pannella voleva parlare con Moro, entrò col megafono. Lo voleva intervistare, e Moro disse: “Voglio finire prima la lezione”. Pannella uscì e disse: “Basta che non ci prenda in giro come al solito”. Lo disse forse in un altro modo, però il concetto era questo.
E Moro?
Moro era indifferente, imperturbabile.
