“Nella Guerra fredda sapevamo chi eravamo. Ci eravamo illusi che la storia fosse finita"

“Abbiamo consentito alla Cina un aumento del 900 per cento del Pil  in una generazione, ma nel frattempo la Cina non si è democratizzata. Intanto procedeva la ‘balcanizzazione’ dell’America lungo linee razziali e di genere e la spaccatura dell’Europa con le sue ‘comunità sospese’. Siamo distrutti da questa ‘antropologia aperta’, il relativismo assoluto per cui ci viene detto che non abbiamo più il diritto di giudicare"
1 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 08:11
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In Cina sta accadendo qualcosa che il mondo non ha mai visto prima. Siamo pronti? La Cina sta creando il perfetto stato di sorveglianza e i suoi ingegneri dell’anima stanno cercando di creare l’‘uomo nuovo’ che Lenin, Stalin e Mao sognavano. E la Cina vuole plasmare il mondo a sua immagine. Perché una cosa sta diventando sempre più chiara: nei prossimi decenni, la sfida più grande per le nostre democrazie e per l’Europa non sarà la Russia, sarà la Cina”.
Lo scrive Kai Strittmatter, un giornalista della Süddeutsche Zeitung di cui è stato corrispondente a Pechino, nel suo ultimo libro “Die Neuerfindung der Diktatur” (uscito in inglese e francese, purtroppo non in italiano). “Per trent’anni dopo la Guerra Fredda, abbiamo vissuto in un mondo in cui – ci è stato detto – la storia era ‘finita’”. Secondo Andrew A. Michta, politologo americano e preside del College of International and Security Studies al George Marshall European Center for Security Studies con sede in Germania, che non esistessero più avversari visibili, credibili all’unica idea trionfante che era la democrazia liberale, non lo pensava solo Francis Fukuyama. “La fusione di libero mercato e libertà individuale, aiutate dalla rivoluzione digitale, avrebbe unito l’economia mondiale. L’ideologia non avrebbe avuto più importanza. I mercati avrebbero sopraffatto le idiosincrasie culturali. La Cina e la Russia si sarebbero democratizzate. Ora è arrivato lo choc per la nostra compiacenza ed è arrivato dalla Cina comunista. La sfida ideologica della Cina contro la democrazia liberale è in un ordine di grandezza maggiore di qualsiasi cosa la propaganda sovietica della Guerra fredda potesse sperare di ottenere. La Cina ha i mezzi per diventare il primo stato totalitario high-tech della storia. Ciò che Pechino offre è una visione del mondo ingannevolmente avvincente: ‘un mercato libero per persone non libere’, in cui prosperità e libertà individuale non hanno più bisogno di essere intrecciate inestricabilmente”. Questo storico e politologo sono anni che, come una Cassandra, avverte della sfida che il regime cinese ha posto alla democrazia occidentale. Ma l’“occidente”, dice Michta, come concetto ha sempre meno significato.
“A mio aviso è il risultato di una serie di cambiamenti in atto dalla Guerra fredda” racconta Michta al Foglio. “Il primo fattore ha a che fare con le nostre élite, che interpretano erroneamente le ragioni per cui l’impero sovietico è imploso, e soprattutto ciò che sarebbe seguito alla Guerra Fredda, cioè la ‘fine della storia’ di Fukuyama e la convinzione mal riposta che liberalismo e globalismo fossero le strade ‘naturali’ da seguire. L’ipotesi di fondo era che la Cina – una volta modernizzata – sarebbe diventata un ‘stakeholder responsabile’ nella comunità globale e che la Russia avrebbe abbracciato le ampie priorità liberali. Entrambi si sono dimostrati un pio desiderio e avrebbero dovuto essere riconosciuti come tali nel primo decennio successivo alla Guerra fredda. Lo abbiamo usato per giustificare l’offshoring delle nostre catene di approvvigionamento al fine di sfruttare il basso costo del lavoro. Negli Stati Uniti ha determinato una drammatica deindustrializzazione e lo svuotamento e la distruzione di intere comunità. Abbiamo consegnato alla Cina comunista i gioielli della nostra tecnologia, produzione e know-how e abbiamo facilitato la modernizzazione più rapida di uno stato nella storia, un aumento del 900 per cento del Pil cinese in una generazione. Ma ovviamente la Cina non solo non si è democratizzata, ma è diventata sempre più nazionalista e geostrategicamente assertiva, con la Russia revisionista allineata alla Repubblica Popolare Cinese. Oggi l’occidente si trova di fronte a una Russia che vuole rivedere la soluzione post Guerra Fredda e a una Cina che vuole sostituirla completamente con il proprio sistema centrato sulle sue catene di approvvigionamento concentrate e i suoi valori. Tutto in un momento in cui l’Europa è disarmata e divisa ideologicamente, mentre gli Stati Uniti stanno uscendo da due decenni di guerra incessante in vari teatri”.
Il secondo problema è interno e di ordine ideologico. “Abbiamo vissuto decenni di sperimentazione postmoderna, per cui l’idea della cittadinanza individuale così essenziale per le nostre tradizioni democratiche così come il concetto di stato-nazione venivano sempre più sostituite da categorie di gruppo e transnazionalismo come panacee per le presunte ingiustizie perpetrato dall’occidente. Come civiltà stiamo vivendo un periodo di intensa insicurezza che sembra essere stato indotto non da un trauma massiccio come in passato, l’impatto della Seconda guerra mondiale, ma come una disfunzione autoindotta”. Michta parla di “decostruzione”. “Noi americani siamo un esperimento unico nella storia, in cui la cittadinanza, i valori democratici condivisi e la residua cultura dei coloni britannici ci hanno permesso di creare una nazione in cui l’origine etnica era di poca importanza. La schiavitù rimane una macchia nella storia, ma anche quell’eredità (su cui abbiamo combattuto la nostra guerra civile) ci siamo sforzati di superarla negli anni Sessanta attraverso i diritti civili. E proprio quando sembrava che avessimo raggiunto una svolta, le nostre élite hanno iniziato la loro ‘lunga marcia’ gramsciana attraverso le istituzioni, con relative politiche razziali e identitarie e la trasformazione del nostro sistema educativo. Una sorta di ‘balcanizzazione’ dell’America lungo linee razziali e di genere, per cui il patriottismo e gli obblighi tra cittadini liberi che storicamente hanno reso possibile il compromesso democratico è sostituita da una visione quasi leninista del conflitto, in cui non si può più raggiungere un compromesso, ma il motto è ‘Io vinco, tu sparisci’”.
L’Europa, dicono i diplomatici cinesi, è il ventre molle dell’occidente. “Se si guarda al modello cinese d’acquisizione di porti, ferrovie e reti di comunicazione, come il 5G, la Cina ha acquisito risorse in tutto l’occidente a un ritmo sempre maggiore. Solo ora l’Europa sta iniziando a rendersi conto che la Cina non è solo un problema economico. Negli Stati Uniti la vediamo come un insieme di problemi militari ed economici. Gli europei non vogliono riconoscere la minaccia militare rappresentata dalla Cina, determinata a ‘non scegliere da che parte stare’”.
L’Europa intanto deve far fronte a una secessione multiculturale in atto e sostenuta da tante entità straniere, come in Francia, e spesso alleate dei cinesi, come la Turchia. “Il problema non è l’immigrazione di per sé, anche se arriva un momento in cui il volume di persone che entrano nella tua società da culture diverse potrebbe cambiarne radicalmente la politica. Il problema è diverso: non insistiamo più che gli immigrati che scelgono di entrare nelle nostre comunità si acculturino. Sottolineo: acculturare, accettare e abbracciare i valori della nostra civiltà. Questa era l’aspettativa negli Stati Uniti e speravo in tutto l’occidente. Non più: la rivoluzione degli anni Sessanta ha avviato il processo di trasformazione delle nostre società. In America questo significava che il multiculturalismo ha iniziato a decostruire l’idea di nazione. Come ha scritto Sam Huntington in ‘Who Are We?’: il ‘crogiolo’ che era il nostro approccio all’immigrazione è stato sostituito dalla formula ‘salad bowl’, l’idea che gli ingredienti sono mescolati e mantengono la loro qualità. Non si fondono più in un nucleo. In Europa avete consentito un processo simile, in base al quale l’ideologia multiculturale ha creato quelle che ho chiamato le ‘comunità sospese’, in cui le popolazioni immigrate si stabiliscono come entità auto-costituenti, interagendo con lo stato e le società il necessario, ma rimanendo separate”. Il postmodernismo ha avuto le proprie colpe. “Quella è la radice, ma do la colpa direttamente al marxismo residuo, ai neomarxisti che hanno dominato college e università e che ora controllano il nostro sistema educativo e la maggior parte della cultura. Abbiamo consentito a diverse generazioni di uomini e donne di essere indottrinate a rifiutare la propria eredità, o meglio, le abbiamo private di un’immagine equilibrata di ciò che la nostra civiltà ha realizzato”.
Si deve tornare agli anni Sessanta. “Negli Stati Uniti la ribellione era collegata alla guerra del Vietnam. Molte delle persone che sono scese in piazza finirono per occupare posizioni di autorità nei consigli scolastici e nelle università. La venerazione dell’anarchia come condizione dell’uomo, il mantra ‘fai come vuoi’ come credo delle società occidentali, ha completato il ciclo. Può essere annullato? Sì, ma solo se ripristiniamo l’idea che la democrazia non riguardi solo l’uguaglianza, ma anche la qualità della leadership. Le democrazie prosperano quando le nazioni che mantengono l’uguaglianza sotto la legge producono uomini e donne di qualità che entrano nel servizio pubblico”.
La perdita di fiducia occidentale ha qualcosa a che fare con una società che invecchia. “Poni una domanda importante: le società occidentali possono prosperare se gli attuali tassi di natalità reggono, cioè quando le nostre società non solo invecchiano rapidamente, ma semplicemente si riducono di dimensioni? Credo che ci sia qualcosa di molto più fondamentale al lavoro nelle nostre società: abbiamo fatto affidamento sullo stato piuttosto che alla famiglia per provvedere al nostro benessere e alla nostra sicurezza più che in qualsiasi momento nel passato. Questo è un motivo fondamentale, a mio avviso, per cui le nostre società stanno invecchiando”.
Ogni discorso sull’identità collettiva, come il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa, è stato stigmatizzato. “L’occidente si è radicato nel cristianesimo” ci dice Michta. “E’ il nostro patrimonio sotto attacco, le fondamenta della nostra civiltà. Gli spasmi che hanno sconvolto l’occidente nel Ventesimo secolo (fascismo, nazismo, comunismo) hanno lasciato profonde cicatrici sulla nostra psiche collettiva. Ma quello che dobbiamo capire è che gli impulsi totalitari rappresentati da quelle ideologie erano sempre radicati nella convinzione che il collettivismo piuttosto che la libertà fosse la panacea. Spesso mi chiedo perché rimaniamo così legati a formule collettiviste e stataliste, quando le esperienze traumatiche del secolo scorso avrebbero dovuto disilluderci una volta per tutte su tali nozioni. Il problema è che non trasmettiamo più la nostra eredità culturale ai giovani, ma insegniamo loro solo i capitoli oscuri della storia e non celebriamo le grandi conquiste della civiltà. Sono preoccupato per il modo in cui le generazioni più giovani negli Stati Uniti comprenderanno la nostra eredità. Siamo sempre più disancorati dalle nostre radici, dal nostro ethos giudaico-cristiano, dai valori che le generazioni in Europa e in America hanno amato e protetto. Siamo distrutti da questa ‘antropologia aperta’, questo relativismo assoluto per cui ci viene detto che non abbiamo più il diritto di giudicare, assegnare valore, parlare di ciò che è vero e buono, ciò che Allan Bloom lamentava decenni fa. Dobbiamo riconnetterci alla nostra eredità. Soprattutto, dobbiamo insegnarla ai giovani, per trasmettere quello che, dopo tutto, è un patrimonio straordinario”.
Intanto, mentre l’occidente si decostruiva, la Cina marciava spedita in un 2021 con l’otto per cento di Pil, riscriveva la storia della pandemia, sottometteva Hong Kong e minacciava Taiwan, compiva un esperimento di ingegneria sociale nello Xinjiang facendo produrre agli uiguri ai lavori forzati le mascherine che spediva in occidente, e il suo presidente ci impartiva lezioni di democrazia e libertà da Davos. Gli abitanti di Liangjiahe, nel nord della Cina, ricordano bene quell’adolescente alto e pallido che lavorava con loro nei campi e dormiva su una stuoia di paglia in una grotta infestata di pulci. Era la “Rivoluzione culturale” e Mao spedì quel giovane a “rieducarsi” in campagna per sette anni. Ne uscì un “uomo nuovo”.
Da quella grotta, cui ogni tanto fa visita l’adolescente diventato presidente a vita, Xi Jinping oggi guarda a occidente e sorride.