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L'anniversario

Ecco chi era il vero Casanova, nato 300 anni fa

Marco Lanterna

I francesi rendono gloria al grande veneziano, che non era solo una machine à plaisir, ma un letterato dalle molteplici sfaccettature

In occasione del trecentenario della nascita di Giacomo Casanova, il 2 aprile 1725, la Francia – la quale ritiene il Veneziano roba sua, afferente com’è al suo idioma – ha giocato meravigliosamente d’anticipo con un poderoso volume di 1.200 pagine: “D’une plume indocile. Essais de philosophie, de morale et de littérature” edito dalle edizioni Bouquins (da sempre memorande per il loro rapporto qualità/prezzo). Ebbene, come talvolta accade, la semplice giustapposizione di talune opere all’interno di un volume riesce mediante un puro gioco prospettico ad alterare la percezione critica di quell’autore.

Qui l’immagine di Casanova – avventuriero, memorialista, machine à plaisir  – viene, se non ribaltata, per certo notevolmente complicata e arricchita. Recita infatti il risvolto: “Alimentate da una curiosità enciclopedica, le opere raccolte in questo volume rivelano uno storico, un filosofo, un moralista, un letterato dalle molteplici sfaccettature: critico, polemista, drammaturgo, impresario. Ai suoi saggi letterari, si affiancano riflessioni storiche e politiche sulla Rivoluzione francese, considerazioni filosofiche sull’Illuminismo e testi più brevi o polemici (alcuni dei quali rimasti inediti sino a oggi) caratterizzati da uno stile personale, vario e originale”.

Diviso in una sorta di trittico (“Casanova et l’Histoire”; “Casanova philosophe et moraliste”; “Facettes d’un homme de lettres”) il volume inframmezza testi in francese con altri invece tradotti dall’italiano. Insomma come dicono i cugini d’Oltralpe – per una volta senza prosopopea – il volume rivela “un Casanova insospettabile”. E in effetti si resta un poco allibiti di fronte alla varietà poligrafica del Veneziano, al suo bilinguismo che diviene quasi una spaccatura dell’anima, tanto il francese del Settecento è vispo e scattante a petto dell’italiano coevo perlopiù paludato e classicheggiante (e vien da chiedersi se le sue memorie scritte in italiano non sarebbero finite come quelle, pur notevoli ma disertate, di un Carlo Gozzi).

Casanova considerava sé stesso anzitutto un filosofo, ovvero un osservatore del cuore umano, a proprio agio nei salotti, esperto della vita e del mondo, erudito senza pesantezza e anzi con brio (si pensi che l’Algarotti negli stessi anni spiegava Newton alle dame), insomma l’esatto opposto di ciò che designa oggi nelle gnucche università ministeriali. 

La parte più interessante del volume sono infatti i testi filosofico-moralistici ove il Veneziano dipana la propria visione del mondo. Per esempio l’“Essai de critique sur le sciences, sur les moeurs et sur les arts” che con i suoi trenta capitoli spazia dalla lingua latina, alla chimica, dalla logica alla storia naturale, dall’astronomia alla politica, dalla teologia alla pittura, elaborando in forma asistematica un quasi sistema di filosofia. Oppure i dialoghi moralistici che contemplano temi quali la ragione o il suicidio. L’inclinazione di Casanova per la filosofia è così spiccata che pure le opere storiche o letterarie sembrano tagliate da una luce meditativa. Si legga per esempio il “Dialogue entre le philanthrope Robespierre et un galérien misanthrope” che vede un galeotto cantarle all’Incorruttibile: “Adagio caro filantropo mio, ameno adoratore dell’umanità e dell’umana dirittura, sappi che son misantropo e con cognizione di causa”

Insomma un plauso ai francesi per questo volume dedicato al nostro e loro Casanova. Invero l’unico in Italia che contrasti la iattanza transalpina nell’annettersi il Veneziano pare l’editore Luni che gli dedica un’intera collana del proprio catalogo. L’ultima fatica, uscita or ora in libreria, è una rara chicca erudita del Casanova traduttore e grecista ossia “Dell’Iliade d’Omero tradotta in ottava rima” che, tra le tante versioni dimenticate o meglio oscurate dall’inarrivabile riscrittura montiana, è una delle meno indegne. Pertanto ne trascrivo qui la celebre protasi: “Canta d’Achille, o Dea, l’orrendo sdegno, / Che fatal danneggiò le greche schiere”.   
 

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