
Georges Simenon (foto Getty)
a bologna
I viaggi di Georges Simenon, che ha reso ogni cosa materia di romanzo
La mostra dedicata allo scrittore belga negli spazi rimessi a nuovo della Galleria Modernissimo di Bologna
Questo è un assaggio. La mostra dedicata a Georges Simenon – “Otto viaggi di un romanziere”, curata da Gian Luca Farinelli e da John Simenon, figlio di Georges – aprirà a Bologna il 10 aprile prossimo. Negli spazi rimessi a nuovo della Galleria Modernissimo, proprio sotto Piazza Maggiore, tra i resti della via Emilia. Ora aperti al pubblico e assieme al cinema – splendido, va detto – con lo stesso nome. Le sale della mostra sono in rosso fiammante, alle pareti centinaia e centinaia di scatti fotografici (su schermi luminosi perché somiglino a fotogrammi di pellicola).
Dieci anni di lavoro sono trascorsi, dalla prima idea al ricupero dell’ultimo foglio d’archivio. Per rendere omaggio allo strepitoso scrittore belga, perla nel catalogo Adelphi. I suoi romanzi all’inizio erano considerati “roman de gare” – volumetti che si comprano in stazione e si abbandonano sul treno appena finiti. Oggi Simenon ha preso il posto che gli spetta tra i grandi del Novecento. Grazie al suo enorme talento e al consiglio che gli diede Colette: “Troppa letteratura, tolga gli aggettivi e tutto andrà bene”. Immaginate, per un attimo, di dirlo a un giovane scrittore di oggi: ti prende a male parole, ti spiega la letteratura, si convince che tu di letteratura non capisci nulla. Il talentuoso Simenon seguì il consiglio: in tutti i suoi romanzi gli aggettivi sono rari e preziosi. Utili, quando ci devono stare. Mai piazzati in una frase per abbellimento.
Gli otto viaggi di un romanziere sono divisi in due gruppi. Quattro viaggi diciamo così, personali: quando il romanziere comincia a essere tale e affina la sua arte – sempre, beninteso, avendo cura di risparmiare sugli aggettivi. Il giovane Georges Simenon a Liegi conosce la guerra, e comincia a fare il giornalista. A Parigi, con la prima moglie Tigy – anche lei fotografa, in una sorta di controcampo: attorno agli scatti metteva una cornicetta rossa. La città era un centro artistico, culturale e anche editoriale. Ma ai coniugi Simenon non sembrava abbastanza: partono per un viaggio che durerà otto anni, fino in Africa – Simenon si manteneva scrivendo reportage. Era curioso di tutto, perché tutto poteva diventare materia di romanzo.
Nel 1931 Georges Simenon scrive (e firma con il nome completo, smettendo di usare Sim e gli altri pseudonimi via via adottati mentre imparava il mestiere) il primo romanzo con il commissario Maigret: “Pietr il lettone”. Fu subito un successo, per chi non aveva pregiudizi – i lettori lo amarono subito. I critici, con qualche eccezione, impiegarono più tempo – per ricordo personale, della vecchia edizione Medusa non riuscii a spacciarne neanche uno. Era tutto un sì, ma…
L’incontro fatidico avviene a Cannes, quando Federico Fellini presenta “La dolce vita” – e viene molto fischiato. Georges Simenon è presidente della giuria, e si batte per fare avere al film la Palma d’oro. Era il 1960, fu l’inizio di una sincera e affettuosa amicizia. Oltre che di una grande avventura editoriale. Cominciata per Adelphi 40 anni fa, con “Lettera a mia madre”. I Maigret verranno dopo.